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LA
BISBETICA NON DOMATA
testo e regia di Luca
Caserta
con Isabella
Caserta, Oscar Vallisari,
Maurizio Perugini, Elisa
Bertato, Michele Matrella, Michela Zanetti
musiche dal vivo eseguite dal gruppo Kuma Kan
testo liberamente
ispirato a "La bisbetica domata" di William
Shakespeare
In un ipotetico futuro postbellico, i sopravvissuti vivono
barricati in piccole comunità fortificate e autosufficienti,
che li isolano dai territori esterni ormai ridotti a una
landa riarsa e desolata a causa della catastrofe ecologica
seguita alla guerra. E’ un mondo aspro e difficile,
un’età di mezzo, una sorta di “nuovo
Medioevo”, in cui gli uomini possono contare solo
sulle proprie forze.
Seguendo le rotte commerciali, alcuni viandanti giungono
presso la comunità del ricco Battista, dove fanno
conoscenza delle sue figlie: Caterina, bisbetica e insopportabile,
e Bianca, maliziosa e romantica. Desiderosi di sedurle
per poterle sposare, i viaggiatori si fanno quindi ospitare,
dando inizio a un gioco scenico fatto di comicità,
equivoci, spassose menzogne e travestimenti che condurranno
alla scena finale, un mondo alla rovescia in cui ordine
e ruoli sociali saranno ridefiniti.
L’ambientazione di tipo “postatomico”,
da George Miller in poi, propone un mondo arido e decadente,
nel quale i sopravvissuti hanno costruito comunità
autonome utilizzando ciò che è rimasto:
agglomerati, vere e proprie moderne roccaforti di reminiscenza
medievale che sorgono come oasi in mezzo a vaste lande
deserte e le cui mura sono fatte di materiali di scarto,
lamiere, copertoni, ferraglia. Come Crusoe, gli esseri
umani si sono adattati all’ambiente circostante.
Il cibo, se non è procurato tramite la caccia,
viene portato da lunghe carovane che, spostandosi di villaggio
in villaggio, percorrono le rotte commerciali, le uniche
vie che tagliano in più direzioni le Terre Aride,
popolate da contrabbandieri, predoni, criminali d’ogni
genere e contaminate dalle radiazioni causate dalla guerra.
Mari, oceani e laghi sono quasi del tutto scomparsi, di
essi resta solamente un ricordo lontano e leggendario.
Acqua e benzina sono diventate la vera merce di scambio.
Il deserto diventa un “non luogo” in cui ogni
direzione è possibile e nessuna ha un senso, in
cui ogni posto è identico all’altro. E’
un universo selvaggio e spietato, privo di memoria storica,
in cui l’uomo cerca di sfruttare ciò che
ha a disposizione per creare un nuovo ordine, combattendo
quotidianamente per la sopravvivenza.
La forza dialogica del testo è divisa fra due poli
contrapposti: da un lato, la coppia Caterina-Petruccio,
all’interno della quale nessuna relazione sentimentale
o umana è possibile, ogni parola e gesto è
espressione di una violenza verbale e fisica; dall’altro,
la coppia Bianca-Lucenzio, in cui tutto è sentimento,
sensualità, espressione, comunicazione. Questi
due poli, indubbiamente portati alle loro estreme conseguenze
fino a renderli quasi caricaturali e a cui fanno da contrappunto
le figure di Battista e Ortensia, incarnano la contraddittorietà
di un mondo disorientato, regredito, individualista, privo
di punti di riferimento, popolato da oasi-comunità
autosufficienti separate da terre deserte e sterminate,
incapaci anch’esse di comunicare tra loro, in cui
tutti i rapporti possibili sono racchiusi all’interno
di quelle piccole mura fortificate e chi viene da fuori
è visto con sospetto come minaccia, come “straniero”.
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L'INCREDIBILE
VIAGGIO DELLA PRINCIPESSA ROLANDA
testo e regia di Luca
Caserta
con Isabella
Caserta, Elisa Bertato,
Michela Zanetti
lo spettacolo fa parte del calendario eventi del Mondadori
Junior Festival 2006.
Il testo è vincitore del
"Premio Letterario Internazionale Giovanni Gronchi"
(XX ed.), Pontedera (PI).
Un messo regale diffonde una notizia allarmante: il Regno
di Argot, un tempo fiorente capitale dell’Impero di Novalus,
è ormai sull’orlo del disastro ecologico a causa
dell’uso indiscriminato delle sue risorse naturali e dell’alto
tasso d’inquinamento determinato da un’accelerata
industrializzazione. Mari color pece, fiumi e ruscelli quasi prosciugati,
foreste spoglie, praterie desertificate, specie animali in via
d’estinzione… secoli d’incuria e irresponsabilità
hanno sortito tragici effetti.
La regina madre Arika ha convocato d’urgenza la principessa-guerriero
Rolanda, sua figlia, per affidarle una missione di vitale importanza:
dovrà recarsi nelle Terre Lontane alla ricerca dell’anziano
saggio mago Zulov, figura leggendaria di oltre tre secoli d’età,
che ha abbandonato Argot da vari decenni perché disgustato
dal comportamento degli uomini. E’ l’unico detentore
del segreto dell’Acqua Eterna, mitica sorgente capace di
ridare la vita con una sola goccia. Compito di Rolanda è
fare ritorno con un’ampolla di tale acqua per far rinascere
Argot.
Nel corso del suo viaggio la principessa incontrerà creature
dotate di poteri magici, ostacoli e minacce mortali, luoghi incantati,
che faranno di lei una donna diversa nel cuore e nell’anima.
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DONNE
NELLA STORIA
testo e regia di Luca
Caserta
con Jana Balkan, Elisa
Bertato, Isabella
Caserta
testo
segnalato dalla Giuria SIAD (Società Italiana Autori
Drammatici) all'VIII Edizione del "Premio Calcante"
(Roma, Biblioteca del Burcardo, 2006)
All’interno
di un limbo sospeso nello spazio-tempo, spiriti femminili
si “servono” a turno del corpo di tre donne
per dare vita ai propri ricordi e offrirli agli spettatori.
Figure provenienti dal mito e dalla storia passata e recente
s’alternano sulla scena, conducendo gli spettatori
in un viaggio attraverso il tempo, senza una precisa scansione
cronologica, ma con continui balzi da un’epoca all’altra.
Si tratta di flash, piccoli ritratti che cercano di evidenziare
momenti peculiari del vissuto dei vari personaggi, non sempre
noti, ma anche “marginali”, suddivisi in diversi
“gironi” (mogli, madri, amanti e visionarie):
da Ecuba a Matilde di Canossa, da Giovanna d’Arco
alle madri di Plaza de Mayo, da Lucrezia Borgia alle donne
di Chernobyl, da Didone a Isotta Nogarola, da Cassandra
a Ilaria Alpi. Personaggi apparentemente slegati tra loro
finiscono per mostrare l’esistenza di una sottile
linea rossa che unisce, forse da sempre, la storia antica
a quella moderna.
Sulla scena sono presenti tre attrici, la cui funzione è
quella appunto di dare voce e corpo ai vari personaggi.
Il loro aspetto è simile a quello di statue, che
si animano nel momento in cui raccontano (rivivendola) la
vicenda delle varie donne. Uniformate dallo stesso costume,
le interpreti si presentano come una sorta di intermediarie,
delle quali gli spiriti si servono per poter parlare. Attorno
a loro s’aggirano altre figure inquietanti ed enigmatiche,
che popolano questa sorta di “antinferno” abitato
da anime senza pace.
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E’
QUESTO IL PAESE CIVILE?
testo e regia
di Luca Caserta
con Luigi Distinto, Elisa
Bertato, Zeno Guarienti
Lo spettacolo verte sulla pena di morte e sul suo inquietante
e discutibile valore.
Quale confine è più labile, oscuro, misterioso di
quello che separa la vita dalla morte? Confine non sempre raggiunto
in modo naturale. Spesso si manifesta come un’imposizione
dall’esterno e la morte diviene un freddo gioco calcolato,
un assurdo rituale, un espediente legale, un comodo strumento
per mettere a tacere la coscienza comune. La giustizia si trasforma
in un assassinio di stato. Nessun rispetto per la persona, nessuna
possibilità di appello, nessuna possibilità di errore.
Questi ed altri pensieri affollano la mente del protagonista,
condannato a morte tramite iniezione letale dal tribunale dell’Ohio
per l’omicidio del padre.
In tali riflessioni scorrono le ultime ore di vita del protagonista,
esposte come un racconto in prima persona rivolto agli spettatori,
tra l’indifferenza delle guardie carcerarie, l’insensibilità
della legge e l’ipocrisia di chi lo assiste.
Un viaggio che conduce gli astanti tra i ricordi del condannato,
le sue incertezze, le sue paure, la sua rassegnata e impotente
disperazione.
Lo spettatore verrà guidato attraverso quest’ atmosfera,
sospesa fra il sogno e la cruda realtà della vita carceraria,
le memorie del passato e gli incubi del presente. rassegna
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AMICHE
testo e regia di Luca Caserta
con Jana Balkan, Elisa
Bertato, Isabella Caserta,
Stefania Castiglion
Durante una calda sera d’estate tre amiche d’infanzia
e la madre di una di esse s’incontrano, dopo alcuni anni di
lontananza, in occasione di una cena. Nonostante le loro vite abbiano
seguito strade diverse, le quattro donne hanno comunque cercato
di mantenersi in contatto per non smarrire quel legame particolare
che da sempre le lega. Nel corso della serata, in un clima tra l’allegro
e il nostalgico (non privo però di antiche tensioni) e solo
apparentemente realistico, affiorano le loro storie, dalle quali
emerge quanto le esperienze affrontate abbiano inciso e separato
le esistenze di ognuna. Gli amori, le sofferenze e le frustrazioni,
le speranze e i successi sono a poco a poco svelati in un’atmosfera
continuamente oscillante tra la realtà e il sogno, nella
quale vengono inseriti e coinvolti gli spettatori/voyeur (come testimonia
l’allestimento dello spazio scenico, studiato per avvolgere
e idealmente abbracciare gli ascoltatori), accolti all’interno
di un luogo onirico, sospeso e allegorico, ricco di oggetti - simbolo,
proiezione dell’anima stessa dei personaggi, che si presentano
a tratti come spiriti, figure quasi eteree. Quattro storie, quattro
punti di vista diversi e talora contrapposti, ma legati da un unico
filo conduttore basato su alcuni gruppi tematici: la vita, l’amore,
la maternità, la morte. Esperienze forti e spesso dolorose,
rievocate attraverso flash improvvisi e inaspettati, per mezzo dei
quali il pubblico viene direttamente calato nella mente delle protagoniste
e nei sogni o incubi che la popolano in un crescendo che, a partire
dalla tranquilla e familiare situazione iniziale, giunge alla drammatica
scena finale. rassegna
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ADDIO
AMORE (BEATRICE CENCI)
di Franco Cuomo
regia di Walter Manfré
protagonista Isabella Caserta
Beatrice Cenci, detta la “vergine
romana”, apparteneva all’antica famiglia patrizia di
Roma.
Figlia di Francesco Cenci, uomo dissoluto, brutale e crudele, secondo
la tradizione, dopo il secondo matrimonio del padre, venne da questi
tenuta prigioniera e circondata di attenzioni incestuose. Beatrice,
con la complicità della matrigna Lucrezia, di tre fratelli
e del castellano della rocca in cui era stata rinchiusa e maltrattata,
cospirò per uccidere il padre (1598). Processata per omicidio,
venne da Clemente VIII condannata a morte con il fratello e la matrigna
e fu decapitata nel 1599 davanti a Castel Sant’Angelo. Alla
sua storia sono ispirate numerose opere artistiche e letterarie:
il ritratto di Guido Reni del XVII secolo, la tragedia “I
Cenci” (1819) di Shelley, i romanzi e i racconti di Stendhal,
G. B. Niccolini, Dumas padre e Guerrazzi.
L’azione del testo di Franco Cuomo si svolge nell’ultimo
anno di vita di Beatrice.
Nella scrittura di Franco Cuomo si intravede una critica al ‘500
ed al secolo successivo, il secolo ‘nero’, laddove l’uomo,
prendendo coscienza di non essere tutto il centro dell’universo,
si lascia andare ad una guerra spietata nei confronti di ogni libero
pensiero. Ed è un dato storico che a mandare a morte Beatrice
Cenci fu lo stesso Papa che mandò a morte Giordano Bruno.
Una ragazza, costretta assieme alla madre e ai fratelli a subire
le vessazioni di un padre–padrone tiranno e violento, riesce
a liberarsi dalla sofferenza di questa prigione compiendo un delitto
deprecabile: il parricidio. Un anelito alla liberazione che, improponibile
nel secolo nero, diventa, alla luce della storia, anelito alla libertà.
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ALBE
TRE
di Paolo Puppa
con Isabella Caserta e Roberto
Vandelli
regia di Walter Manfrè
Tre flash sulla crisi di coppia. L’ennesima. Stavolta però
si procede dalla fine. Perché tutto è incerto e il
tempo, come nozione, pare impazzito. Va avanti, indietro, tipo certa
pièce interiore. All’inizio lei è una malata
terminale, ospite di un albergo-ospedale, in riva ad un lago. Lui,
il marito, vitale e pieno di futuro (ha una sua studentessa da cui
aspetta un figlio), è accorso al suo capezzale attirato dalle
paure della donna.
2° flash. Buio assoluto e i due personaggi, a turno, si rivolgono
all’assenza di luce, che incombe sull’acqua. Lei supplica
l’alba di tornare un’ultima volta per chiedere perdono
al marito del proprio egoismo; lui invece chiede al buio di imporsi
per sempre e di interrompere così il ciclo dell’esistenza.
Ognuno dei due pare liberare una maschera opposta a quella esibita
nell’esordio.
3° flash. Si torna al passato. L’albergo-ospedale è
una villa privata. Lei si è svegliata, sana giovinetta, e
racconta al marito un brutto sogno in cui era ammalata, vecchia,
abbandonata da lui, che la tranquillizza. Poi sull’acqua irrompe
la luce del sole. rassegna
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ALTRE STORIE: COMMEDIA DELL'ARTE
regia di Ezio Maria Caserta
messinscena di Isabella Caserta
Nella rappresentazione, che è una fedele ricerca degli stilemi
formali classici (impiego della tipica gestualità e della
voce, ricostruzione dei costumi e delle maschere), viene privilegiato
lo “straordinario” teatrale di questo genere da fiera
o da piazza (l’aspetto acrobatico, l’utilizzo degli
intermezzi con giocolieri, mangiatori di fuoco, trampolieri e ballerini).
Gli Zanni (i servi) sono personaggi che incarnano l’elemento
canagliesco dell’uomo. Astuto e vincente lo Zanni trionfa
col piccolo imbroglio. Si ritrova in lui lo spirito di incoercibile
libertà che si ribella ai privilegi sociali dai quali è
escluso.
Verso la fine del ‘500 il personaggio si sdoppia: nascono
il primo Zanni, buffonesco, un po’ tonto e balordo e il secondo
Zanni dallo spirito eccessivamente servile, che si identifica col
cameriere.
Agli Zanni si oppongono personaggi caratteristici che impersonano
una variegata categoria di vizi presenti nelle diverse tipologie
umane: Pantalone è il vecchio mercante avaro, Matamoro è
il capitano spaccone e codardo, gli Innamorati sono dolci e “zuccherosi”,
le Servette sono il controaltare di Arlecchino, Brighella e Pulcinella,
a cui sono dialetticamente legate per accettazione o negazione delle
loro profferte d’amore.
Gli antichi scenari campionati sono: una “Persuasiva”
d’amore con “Diniego”, il “Contrasto fra
il capitano Spaccamontagna e lo Zanni”, la “Canzone
della fame”, il “Dialogo di un Magnifico con lo Zanni
bergamasco”, il “Contrasto fra Pantalone e Brighella”,
la “Scena d’amore fra Colombina e Pulcinella”,
la “Pulce ridicolosa e bella” di Giulio Cesare Croce.
La scena iniziale prevede un’entrata con trampoli e torce.
In quella finale gli attori se ne vanno fra scene di sbandieramenti
e mangiatori di fuoco, dopo aver creato una piramide con i loro
corpi e aver ballato una tipica danza.
La prevalenza visiva delle azioni, l’accattivante simpatia
delle maschere veneziane d’Arlecchino, Brighella, Pantalone,
del Capitano, Colombina, etc., lo straordinario effetto dei giochi
di fuoco, dei trampolieri, degli acrobati del gruppo e l’essere
“campione” specifico d’una civiltà (testi
e musiche originali del Rinascimento italiano) hanno spalancato
a questo spettacolo le porte del successo nei festivals di tutto
il mondo: da Avignone a Parigi, Praga, Brno, Rousse, Sofia, Valence,
Berlino, Copenaghen, Kiel, Amburgo, Lubecca, Monaco, Marsiglia,
Linz, Brema, Budapest, Vienna, Mosca, Montevideo, Wroclaw, Cracovia,
New York, Città del Messico. rassegna
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IL VOLTO VELATO
(pia rappresentazione della piccola
Santa Teresa nel convento delle Carmelitane in occasione della vestizione
di una novizia)
di Maricla Boggio, regia di Walter Manfré
con Isabella Caserta
Il testo racconta – attraverso scene alternate a intermezzi
musicali – la storia di Teresa di Lisieux (la “piccola
Teresa”). Morta all’età di ventiquattro anni,
Dottore della Chiesa, Teresa annovera – tra i tanti meriti
– anche quello di essere stata autrice, regista e attrice
di “pie rappresentazioni” composte e recitate per intrattenere
le consorelle del convento del Carmelo, in cui era entrata a quindici
anni.
“Una Santa semplice, ingenua ma convinta, lieve ma profonda,
mistica ma non necessariamente sofferente. Il suo stesso desiderio
di fare teatro ce la fa amare incondizionatamente e ci riporta,
credenti o no, alla possibilità quasi dimenticata, di accostarsi
a Dio con l’anima pura di chi è felice di amare...”
scrive Walter Manfré nelle note di regia. rassegna
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LA
GASTALDA
di Carlo Goldoni
con Isabella Caserta
e Roberto Vandelli
regia di Ezio Maria Caserta
messinscena di Jana
Balkan
musiche composte ed eseguite dal vivo da Valerio Mauro
Il testo utilizzato
è quello originario della prima stesura (1753)
Corallina, la gastalda (oggi
la grafia dice castalda), parla, com’è naturale, in
dialetto veneziano. Stimolato dal ritorno nella compagine Medebach
della bella e indiavolata Maddalena Marliani, ex moglie del Brighella
che aveva lasciato per “capricci d’amore” (per
lei ha scritto anche “La locandiera”), Goldoni traduce
la parte della protagonista (ambientata in una villa sul Brenta)
dall’originario dialetto in lingua (perché l’attrice
era toscana) e inaugura una nuova serie di testi incentrati sulla
“villeggiatura”. “La gastalda” svolge il
tema (caro al ‘700) della serva-padrona: la governante che
riesce a sposare il principale attempato, ma agiato e in grado di
garantirle una sicurezza economica. Il testo è ricco di colpi
di scena e situazioni comiche, di scambi di persona, di qui-pro-quo
(per esempio Lelio, credendo la Gastalda figlia di Pantalone, le
regala l’anello di fidanzamento e chiede al padre la mano
di lei, senza sapere che lui, a sua volta, è innamorato della
stessa donna), di personaggi grotteschi come lo stesso Lelio che
commette strafalcioni quando parla, o Ottavio, che, povero in canna,
è costretto a scroccare i pasti e sostiene altezzosamente
la parte del benestante, o Beatrice, anche lei piena di arie, o
i simpatici Arlecchino e Brighella. Sullo schema accattivante della
“Commedia dell’Arte” il gioco scenico si sostiene
vivacissimo e pieno d’imprevisti. Sono molto buffe le arrabbiature
del vecchio Pantalone, rifugiatosi in campagna per corteggiare Corallina
e stare con lei, che si vede invadere la casa da un continuo via
vai d’intrusi indesiderati (questo flusso inarrestabile, che
s’impone per forza d’accumulo, ricorda i “Seccatori”
di Molière).
La freschezza di linguaggio e il dialogo serrato e pulito rendono
questo testo gustoso e gradito pure all’ascoltatore contemporaneo.
C’è, innanzi tutto, la prepotente figura di questa
graziosa “serva - amorosa” (che poi trapasserà
nella Mirandolina), piena di brio, dominatrice della situazione,
adatta ad un’attrice di deciso spessore comico e di forte
carattere. E c’è un Goldoni di notevole caratura con
una “vis” comica a tutto raggio: comico di battuta,
di linguaggio, d’atteggiamento, con l’uso di controsensi,
del comico di situazione, d’epilogo, di carattere.
Pantalone è proposto con un respiro profondamente umano.
Il vecchio spasimante invaghito assume toni patetici e ilari. La
figlia, che ha la “fregola” d’incontrarsi con
l’innamorato, si agita in modo risibile. L’intrecciarsi
dei casi arriva all’acme quando i suoi due corteggiatori impugnano
le armi ed iniziano un duello (destinato - come è giusto
nell’universo goldoniano - a naufragare nel nulla).
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