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“Sul finire di un secolo buio, il Cinquecento, la cronistoria di Beatrice nel suo ultimo anno di vita e oggetto del desiderio incestuoso di un mostro che la tenne anche prigioniera in una torre, apre uno spiraglio nella storia mettendo in risalto la condizione della donna e proiettandola verso un possibile futuro di emancipazione e la Caserta, vittima e carnefice, con incanto è riuscita a calamitare il numeroso pubblico attraverso la poesia vibrante dell’intera essenza esistenziale, fatta di corpo e anima…”

(M. Pezzani, “L’Arena”)

“Importante debutto nello scenario offerto dal cortile del Museo di Castelvecchio. Una pièce amara che riporta alla luce le tristi vicende di Beatrice Cenci, detta la “vergine romana”, vittima delle attenzioni incestuose di un padre tiranno.”

(El. Ca., “Il Giorno”)

“La partitura di Ottavio Sbragia, figlio d’arte, si divide in due parti: la prima è costruita con elementi del pezzo d’apertura e con reminiscenze di strumenti quali organo e cembalo; la seconda è strutturata sul ritmo ossessivo del tamburo cui si sovrappongono le frustate dissonanti nella scena della tortura e un coro ansimante e struggente di dolore per accompagnare il testamento della protagonista e degli altri condannati. […] Le interpretazioni degli attori sono superiori ad ogni elogio. […] Consensi incondizionati.”

(Sesta, “Gli Amici della Musica”, anno XI, n. 10, ottobre 2000)

“L’approccio di Cuomo alla terribile storia […] colpisce per l’attenzione piena di afflato poetico rivolta alla sofferenza del personaggio. […] Lo spettacolo, coordinato da Jana Balkan, ha il suo punto di forza nella regia di Walter Manfrè, che in sobrietà oratoriale e con indovinate soluzioni per i momenti clou della vicenda, rende efficacemente lo spirito del testo. Si avvale dell’intensa interpretazione di Isabella Caserta nel ruolo di Beatrice, fiera e spietata, tenera e umanissima.”

(Franca Barbuggiani, “L’Adige”, anno 2, n. 38, 06/10/2000)

“Un forte ed emozionante spettacolo riporta alla luce la triste storia di Beatrice Cenci. […] Protagonista assoluta è la brava Isabella Caserta: intensa e toccante la sua Beatrice, animata da coraggiosa determinazione, ma anche da struggente malinconia. La Caserta scolpisce un personaggio femminile della barbarie oscurantista del suo secolo, ma anche eroina di libertà e di forza riuscendo a ribellarsi alla schiavitù paterna del suo tempo. E’ affiancata da un cast di buon livello. […] Spettacolo dalla forte carica emotiva che ha coinvolto il numeroso pubblico.”

(Rudy de Cadaval, “Hystrio”, anno XIII, n.4, 2000)

“La vergine romana ha ucciso il padre, urla il tribunale, deve morire. Poco importa se il padre era un uomo dissoluto e brutale che la circondava di attenzioni incestuose. […] La storia di Beatrice Cenci, giovane patrizia della Roma papalina di Clemente VIII […] piacque a Guido Reni, a Shelley, a Stendhal, a Niccolini, ad Artaud e a Dumas padre. […] L’azione si svolge nell’ultimo anno di vita di Beatrice. […] Si percorrono gli ultimi brandelli del processo, la condanna e la cronaca minuziosa degli ultimi minuti di Beatrice e della madre. […] L’ambiente papalino è raccapricciante.”

(Simonetta Trovato, “Giornale di Sicilia”, 28/08/2001)

“Walter Manfrè esalta il testo di Cuomo. Isabella Caserta splendida Beatrice Cenci. […] Il regista ha amplificato il testo toccante e perfettamente costruito di Franco Cuomo di scena al Baglio di Villa Lampedusa per Palermo di scena. […] L’allestimento ruota attorno alla bravissima protagonista e le offre il resto dei personaggi come istantanee tratte da un album oratoriale. […] Spettacolo splendido.”

(Simonetta Trovato, “Giornale di Sicilia”, 30/08/2001)

“Anelito alla liberazione che diventa anelito alla libertà.”

(S.F., “La Repubblica”)

“L’azione del testo di Franco Cuomo si svolge nell’ultimo anno di vita di Beatrice, mettendo in risalto la condizione della donna e proiettandola verso un possibile futuro di emancipazione: Isasbella Caserta, nei panni della protagonista, riesce con incanto a calamitare il pubblico attraverso il suo essere, nello stesso tempo, vittima e carnefice.”

(Andrea Indini, “Il Giornale”, 22/11/2005)

“L’atto unico di Cuomo si svolge in un susseguirsi di eventi narrati come tablau vivants e scanditi con funebri rintocchi di campana e riecheggiamenti di musica di clavicembalo in sottofondo. […] Beatrice vive la scena rendendo altrettanto presenti i personaggi attorno a lei. L’uso freddo e crudele delle luci e la scenografia pervasa dal drappo rosso, fanno pensare a un quadro di Caravaggio, fissato in azioni e pensieri sospesi. I riconoscimenti vanno a una regia sostenuta, mai didascalica, e a un gruppo di attori ben affiatati e prima ancora a una Beatrice Cenci/Isabella Caserta in grado di passare dalle note più crudeli alla malinconica tenerezza dell’ultimo monologo: la dichiarazione del testamento. Interessante l’incarnazione della figura del Pontefice, semplice icona resa attraverso le insegne del potere – il tono, le vesti, la voce – che rendono la vera essenza del personaggio storico in un’immagine di pietà e clemenza. Infine, è importante rilevare l’impiego della musica, realizzata da Ottavio Sbragia, perfettamente compenetrata alla scenografia al punto da renderla colonna portante dello spettacolo.”

(Francesca Bastoni, “Mercuzionline”, anno I, n. 24, 24/11/2005)

“La regia di Walter Manfré evita ogni orpello per lasciare evidenza alle parole del bel testo di Cuomo, dando allo spettacolo l’andamento intimo di un oratorio, dove i gruppi che ruotano attorno alla protagonista (la convincente Isabella Caserta) dipingono quadri tragici di un mondo fatto di soprusi, viltà e corruzione, dominato dalla sagoma vuota del Papa, voce indifferente e lontana del potere.”

(Simona Spaventa, “La Repubblica”, 24/11/2005)