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Io so chi sono: sono una donna. Sono una donna intrappolata nel corpo di un uomo. Inizia con questa affermazione il viaggio in cui ci conduce èdeMa/Medea, drammaturgia di S. Betti e F. De Bernardinis, messa in scena dal Teatro Scientifico – Teatro Laboratorio per la regia di Isabella Caserta e Francesco Laruffa. Una rivisitazione del mito di Medea, o meglio di èdeMa/Medea, dove edema, anagramma di Medea, è a lei così intimamente legato da essere tutt’uno. Un viaggio nel mito e nel dolore dunque, dove il racconto teatrale crea continui collegamenti con il presente, nelle vergogne di una società plastificata che continua a rifiutare il diverso, lo straniero, il vecchio, colui che indossa un differente abito mentale. Una regia pulita, senza sbavature dà risalto alla complessità e alla molteplicità del personaggio in un continuo entrare e uscire da sé, dal mito alla realtà del quotidiano, dalla finzione scenica alla sua psicopatologia partendo dall’assunto iniziale: «Io so chi sono: sono una donna. Sono una donna intrappolata nel corpo di un uomo». Un uomo, che però è anche un attore e quindi uno, nessuno e centomila per definizione. Questa è la trappola che imprigiona Medea. Questa è la trappola dalla quale Medea non potrà più uscire. L’alienazione diventa l’unica possibilità di sopravvivenza per Medea la Mater terribilis, per l’attore, per l’uomo, per un’umanità che in preda ad una lucida follia uccide il proprio futuro.Un carismatico e fisico Francesco Laruffa volta le spalle al suo pubblico, torna ad indossare il cappuccio del mantello rosso sangue, e ci lascia feriti, ma più forti di quando siamo entrati, grazie al viaggio nel quale siamo stati condotti, il viaggio nella consapevolezza, nella presa di coscienza. Unico punto di partenza possibile per il cambiamento.Grazie Isabella Caserta, grazie Francesco Laruffa.” (Cinzia Inguanta, “Radio popolare” 19 ottobre 2013)

“Dall’antica Grecia alla cronaca nera d’oggi per parlare di quanto può accadere alla mente di una persona sconvolta da un trauma. La forza dell’allestimento sta nella delicatezza dell’argomento e nel modo in cui è stato espresso, con una regia sensibile e veritiera che mescola la rabbia allo sconforto e utilizza la seminudità dell’attore…che emergono sanguigne e allo stesso tempo «materne»…da un mantello vermiglio con cappuccio, che sappiamo essere avvelenato, come l’epos ci riporta della leggenda originaria… Accompagnato da un melange a tinte forti e sonorità a tutto volume di brani di musica gothic e rock, èdeMa/Medea è uno spettacolo riuscito che nonostante la crudezza della proposta non si limita all’esposizione della tragedia, ma ne sollecita comprensione, cura e possibile soluzione, facendo capire, e senza troppe metafore, che nessuno al mondo nasce malvagio, ma c’è sempre una causa all’origine dell’orrore e della violenza contro se stessi e gli altri, anche quando si tratta di malattia. Ben venga dunque il teatro a lavorare sul disagio, meritevole di lode ancor più quando si documenta e, come nel caso del T/L, per prendere meglio coscienza di ciò che si divulga ha chiesto un consulto allo psichiatra Vittorino Andreoli per entrare ad hoc nelle pieghe della psiche” (Michela Pezzani, “L’Arena” 20 ottobre 2013)

“Vittima di Medea è la psiche maschile. Al debutto nazionale ieri la nuova produzione del Teatro Laboratorio, èdeMa/Medea, di Stefano Betti e Flavio De Bernardis, per la regia di Isabella Caserta e Francesco Laruffa. In un mantello rosso, incappucciata, questa Medea dell’oggi si rivela con una voce maschile, e maschile è il corpo in cui vive, dove è costretta a scontare nella prigionia la pena per i suoi atroci crimini. Tutto per lei è prigione: lo spazio scenico è confinato nella stanza di un ospedale psichiatrico…Il mito della maga barbara, venuta dall’oriente, fratricida e madre assassina dei propri figli, investe nuovamente la contemporaneità con la propria carica destabilazzante. Ma vittima di un femminile incontrollato ora non è più la città di Corinto, ma la psiche di un uomo, di un maschio, il cui corpo, incapace di aprirsi alla generazione, non può espellere il germe della contaminazione. Ecco dunque lo spazio del delirio di Medea, un corpo infruttuoso, nel quale le identità si cancellano sovrapponendosi l’una all’altra: l’attore, il padre, il personaggio Medea. L’interpretazione di Francesco Laruffa trascina con forza lo spettatore in questo spaesamento.” (Ludovico Anderloni, “Verona In”, 19 ottobre 2013)

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