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“C’è una piccola Spoon River dietro il campanile di San Zeno, o forse il giardino dei Caserta è un ospedale psichiatrico, dove anime in pena ripetono ossessivamente la colpa che li condanna. È un inferno dantesco per otto viaggiatori che, accompagnati da guide-infermieri, stazionano in otto tappe ad ascoltare altrettanti monologhi di disperazione e tormento. Con L’appuntamento, Luca caserta ha lavorato soprattutto sulla costruzione dello spazio e sulla relazione con lo spettatore. Lo spazio (il giardino, gli interni, la cantina di Casa Caserta) diventa itinerario di traiettorie senza redenzione, senza progresso, senza ascesa dalla tappa iniziale a quella finale. Non c’è inizio e non c’è fine ma solo circolarità tra i monologhi che, dislocati come capitelli del dolore, aspettano i viaggiatori per iniziare a salmodiare la loro prigione di sofferenza. Così, seduti davanti ad ogni personaggio posizionato nel giardino e in casa, s’ascolta della moglie che ha imbalsamato il marito, del serial killer di prostitute, del giocatore suicida, dell’impiegato modello o dell’infermiera assassina. Sono stralci di cronaca che Caserta ha raccolto e trasformato in esperienze esemplari al limite dell’eccesso o del paradigma della tragedia umana. I monologhi s’innalzano nel buio dello spazio contemporaneamente, innescando una sorta di lamento sincronizzato mentre nel particolare lo spettatore vive l’esperienza dell’ascolto personale calamitato nello sguardo e nei gesti dei singoli attori. Si assiste dunque a un dialogo “a tu per tu” ma non del tutto interattivo, anche se cita l’esperienza del Living Theatre. Lo spettatore, nei panni del medico, ascolta così impotente alla recita degli spiriti che vagano in un Eden senza tempo.”

(Simone Azzoni, “L’Arena”, 12/07/2009)

“L’appuntamento è al Giardino del Teatro presso Casa Caserta, giusto dietro la chiesa di S. Zeno, dove sono ospitate le attività del Teatro Laboratorio Aperto. ‘L’appuntamento’ è l’ultimo lavoro firmato da Luca Caserta, nel quale il regista e autore, ispirandosi a fatti di cronaca, scandaglia le zone oscure dell’animo umano. Si tratta di follie, nevrosi, incubi, ossessioni, che si concretizzano in otto monologhi dedicati ad accadimenti terribili di necrofilia, omicidio e cannibalismo; pazzia e schizofrenia; gioco d’azzardo patologico; dolci morti somministrate a malati terminali, stragi sul posto di lavoro e omicidi seriali; sindrome di Otello. Sono sconvolgimenti della psiche e della mente che trovano, per lo più, la loro genesi in ambito familiare, risvegliando zone d’ombra del profondo che, una volta preso il sopravvento sulla ragione, portano ad esiti devastanti. La specificità dello spettacolo (memore della lezione del Living, ma le radici arrivano fino all’antica tragedia, passando per le ‘moralità’ medioevali) è di dar vita a una sorta di itinerario psicotico/psichiatrico per tappe sincroniche, coinvolgenti tutti gli angoli del giardino dei Caserta – dalla cantina al magazzino degli attrezzi, dal grande albero al gazebo, oltre ad alcuni ambienti interni alla casa -, attraverso le quali lo spettatore viene condotto da guide/infermieri. E’ una sorta di Via Crucis del dolore senza riscatto, avvitato su se stesso, di una ripetitività senza fine. Un museo degli orrori dell’anima, un inferno di dannati, condannati a rivivere in continuazione la loro storia sciagurata, narrandola allo spettatore, coinvolto individualmente all’ascolto senza, peraltro, poter verbalmente o fisicamente interagire. Può soltanto prendere atto, in questo vagare come di cella in cella di un vecchio manicomio che gli fa da specchio impietoso ed inquietante, che i mostri evocati si annidano, insidiosi ancorché nascosti, pure in lui. Sono emozioni forti, per chi recita e per chi ascolta, in un happening catartico che sa di antico rito liberatorio, officiato attraverso il ‘gioco’ del teatro: un ‘appuntamento’ con se stessi. Molto bravi gli attori (Andrea Bendazzoli, Elisa Bertato, Paola Danese, Alberto Navarin, Oscar Vallisari, Vito Vinci), che meritano un plauso insieme al regista e autore, con note di spicco per la classe di Jana Balkan e la ‘vis dramatica’ di Isabella Caserta.”

(F. Barbuggiani, “L’Adige”, 16/07/2009)