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DON
GIOVANNI, ARLECCHINO E IL CONVITATO DI PIETRA
dal canovaccio di Domenico Biancolelli
Note di regia
Ciò che nel canovaccio
di Biancolelli poteva apparire a prima vista come un “ostacolo”,
ossia la sua frammentarietà, ha rappresentato per il mio
lavoro il principale punto di forza: l’originale è
divenuto un vero e proprio “calderone d’idee”
cui attingere liberamente, mentre le lacune da colmare sono state
di stimolo per la genesi di nuove idee. Il canovaccio è così
giunto a instaurare un legame quasi diacronico tra passato e presente,
tra la tradizione della Commedia dell’Arte e modernità.
In tal senso ho improntato sia il lavoro drammaturgico che registico:
prendere dall’originale gli elementi più significativi
e rielaborarli in una chiave vicina alla sensibilità odierna,
cercando una sorta d’osmosi tra vecchio e nuovo. In questo
modo sarebbe stato possibile trasporre nel presente quei messaggi
che Biancolelli offriva ai suoi contemporanei. In alcuni casi ho
optato per l’inserimento di scene mimiche, tratte dal canovaccio
o appositamente scritte, che rimandano a lazzi e atmosfere tipiche
delle Commedia dell’Arte, in altri per una resa in forma dialogica
più moderna di determinate scene e situazioni.
Ho voluto conferire una maggiore centralità al soprannaturale,
facendone un elemento ricorrente, il fulcro attorno cui ruota l’azione.
Un’atmosfera di predestinazione aleggia su tutta la vicenda,
come una cappa scura che poco alla volta inghiotte i personaggi.
Questi ultimi si muovono in uno spazio quasi claustrofobico, sul
quale troneggiano due soli elementi scenografici sempre a vista,
un piedistallo e una panca in pietra, a indicare la fissità
d’una sorte cui non si può sfuggire. La loro incombenza
e il colore bianco che si staglia sul nero di fondo dello spazio
teatrale sono una materializzazione dell’animo di Don Giovanni,
del suo vuoto interiore e della sua incapacità d’amare.
La statua del Commendatore, manifestazione concreta del soprannaturale,
è una proiezione di Don Giovanni stesso, l’esplicitazione
del suo alter ego interiore: l’assenza di dialoghi tra i due
(l’unico è affidato a un registrato dai connotati eterei,
quasi un elemento esterno alla scena) sta a significare che per
Don Giovanni ogni comunicazione coi propri simili è impossibile,
se non nella forma di un “non-rapporto”.
Pur se narrata secondo gli stilemi del comico, è una storia
senza speranza, in cui tutto precipita progressivamente verso l’unica
conclusione possibile. Per tale ragione s’avverte un clima
cupo, un senso d’amarezza che aleggia sul finale. Qualcosa
però resta al di là del contingente e giungerà,
prima o poi, a porre ordine nelle cose. In questo senso ho interpretato
lo spirito satirico del finale voluto da Biancolelli.
Luca Caserta
rassegna
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