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ALBE TRE

di Paolo Puppa, regia di Walter Manfré

con

Isabella Caserta e Roberto Vandelli

Note di regia

Tre flash sulla crisi di coppia. L’ennesima. Stavolta però si procede dalla fine. Perché tutto è incerto e il tempo, come nozione, pare impazzito. Va avanti, indietro, tipo certa pièce interiore. All’inizio lei è una malata terminale, ospite di un albergo-ospedale, in riva ad un lago. Lui, il marito, vitale e pieno di futuro (ha una sua studentessa da cui aspetta un figlio), è accorso al suo capezzale attirato dalle paure della donna.

2° flash. Buio assoluto e i due personaggi, a turno, si rivolgono all’assenza di luce, che incombe sull’acqua. Lei supplica l’alba di tornare un’ultima volta per chiedere perdono al marito del proprio egoismo; lui invece chiede al buio di imporsi per sempre e di interrompere così il ciclo dell’esistenza. Ognuno dei due pare liberare una maschera opposta a quella esibita nell’esordio.

3° flash. Si torna al passato. L’albergo-ospedale è una villa privata. Lei si è svegliata, sana giovinetta, e racconta al marito un brutto sogno in cui era ammalata, vecchia, abbandonata da lui, che la tranquillizza. Poi sull’acqua irrompe la luce del sole.

Walter Manfré

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