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SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO

 di Fëdor Dostoevskij

 traduzione, adattamento e regia di Francesco Laruffa

con Francesco Laruffa

 musiche di Handel, Bach, Mozart, Vivaldi

aiuto regia Veronica Renda, collaborazione alle scene Enrico Pulsioni

fonica e luci Luca Cominacini, effetti sonori Jacopo Dell’Unto

 Il racconto di Dostoevskij è una lucida e possente parabola che va dritta al cuore della nostra natura umana. Il protagonista (un pazzo? un visionario illuso? un predestinato?) è un tipico personaggio dello scrittore russo, un “umiliato e offeso”, che la notte in cui decide di uccidersi si addormenta, “sogna” il suo suicidio e, dopo la morte, un’altra vita su di un pianeta identico al nostro, una sorta di Eden in cui gli uomini vivono in un’armonia assoluta. Ma in sogno accadrà qualcosa che, una volta sveglio, cambierà la sua esistenza.

Dostoevskij affida alle parole dell’ “uomo ridicolo” l’indagine sulla natura dell’uomo e la ricerca della felicità; attraverso l’espediente del sogno, il protagonista del racconto approderà in una terra immaginaria popolata da uomini non contaminati dal peccato. Difficile non rimanere stregati dalla bellezza della prosa di F. M. Dostoevskij, che addita la speranza che la felicità sia, in qualche tempo e in qualche luogo, realizzabile, duratura e sociale.

Note di regia

In questa versione scenica attorialità ed emozione sono elementi fondanti. Sono stato spinto a mettere in scena questo racconto da motivi sia razionali che irrazionali. Innanzitutto fui folgorato quando lo lessi anni fa dalla lucidità introspettiva dell’analisi di Dostoevskij sulla natura dell’uomo e sulla sua inevitabile discesa verso il male, una lucidità però niente affatto fredda, ma al contrario, come è sua caratteristica, palpitante, tempestosa, emotiva, trasudante un impeto e una partecipazione che ritroviamo nei suoi romanzi maggiori, come i Karamazov o Delitto e castigo. Dalla natura duplice dell’Uomo ridicolo, in cui si intrecciano accavallandosi bene e male, ingenuità e perfidia, slanci e apatìe, Dostoevskij fa emergere il suo straziante amore nei confronti della fragilità e della debolezza dell’essere umano. Ma l’Uomo ridicolo è tale anche per la sua disperata illusione di poter andare a raccontare, a “predicare” ciò che ha visto nel sogno, e cioè la salvezza dell’Umanità che passa attraverso la sua dannazione. Sono, questi, concetti talmente alti ed elevati che nel tentare di tradurli in una messa in scena il rischio di venirne schiacciati è incombente. E qui, appunto, entriamo nel campo dei motivi irrazionali, emozionali (e personali) di questa operazione teatrale. Sono partito da una immagine: questa immagine volevo che rappresentasse una costrizione, una impossibilità; e l’ho realizzata (ho provato a realizzarla) legando il protagonista ad una sorta di lapide/sudario per tutta la durata dello spettacolo e scegliendo un repertorio musicale e sonoro che accrescesse il senso di questa struggente solitudine. Forse una sfida, dal punto di vista sia registico che attoriale, una sfida però funzionale alla mia personale lettura del racconto. Allora, la bianca lapide/sudario che spicca nel buio, dalla quale l’Uomo ridicolo, legato, costretto, fa uscire il suo fiume di parole, diventa un luogo ancestrale, immutabile, metafora dei limiti della condizione umana. Francesco Laruffa

 

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