teatroscientifico - Teatro / laboratorio

stagione 2010 | 2011

 
È questo il paese civile separatore È questo il paese civile

È questo il paese civile

"Il testo di Luca Caserta [...] si inserisce nel filone di tanto cinema e soprattutto di tanta letteratura, in primis Camus e Victor Hugo. [...] Parlare di pena di morte è necessario sempre a prescindere dalla cronaca o dalla contingenza. [...] Il racconto di un condannato, chiuso in cella prima dell'iniezione letale, è costruito con flashback sul suo passato, innesti di ricordi e paure del presente. Il problema della pena di morte è razionalizzato: vi si analizzano i pro, i contro, il gioco tra vendetta dello Stato, innocenza del condannato, istinto omicida dei parenti, indifferenza delle istituzioni. Il tutto in un equilibrato argomentare di tesi e contro-tesi. Il testo, pur dichiaratamente contrario alla pena capitale, ha l'onestà di mettere sul tavolo ogni possibile argomentazione. [...] Il pubblico assiste alla pièce da una grata simile ai vetri dai quali si guardano le sedie elettriche o i lettini delle iniezioni letali. Nella cella il condannato scrive, ricorda, trema."

(Simone Azzoni, “L’Arena”, 05/07/2005)

“Attraverso il racconto in prima persona del condannato, lo spettatore vive e sente le angosce e le sofferenze di questa vita che sa di doversi spegnere. Non c’è in realtà nulla che non si sia già ascoltato, che non si conosca, che non si sappia, eppure sentirlo lì, tutto insieme, narrato da un protagonista che sa coinvolgere ed emozionare, assume tutto un altro significato, diventa vero, e allora ci costringe a pensare in un crescendo che mostra da una parte la disumanità di questa scelta e dall’altro l’assurdità, soprattutto in un caso come quello che coinvolge il condannato in questione, interpretato da un bravo Luigi Distinto. Il testo di Luca Caserta però, ci prepara diverse sorprese, infatti proprio quando ci sembra di aver capito dove voglia andare a parare, il punto di vista viene ribaltato, le certezze vacillano e i dubbi affiorano. Alla fine non ci sono risposte certe, ma un forte pugno allo stomaco e una doccia fredda per il pensiero che si ritrova a dover rimettere in discussione tutto quello che pensava di aver acquisito con incrollabile certezza. In definitiva uno spettacolo estremamente interessante, potente e profondo, a metà strada tra la realtà e il sogno, costruito con abilità intorno a un tema e a una figura che si rischia facilmente di far scivolare nel retorico e con diversi accorgimenti di regia che, giocando sul simbolismo, aumentano la profondità dell’opera e ingenerano in chi la osserva dapprima paura, sgomento, rabbia, frustrazione e infine impotenza. Un esempio di un teatro ricco di arte e professionalità che dovrebbe essere conosciuto maggiormente.”

(Davide Galati, www.livepoint.it, 07/07/2005)

"Quando gli spettatori si accomodano sulle sedie sono investiti da una scomoda luce gialla e subito si sentono intimamente inquisiti, messi in discussione. La grata della cella è vicinissima al pubblico. [...] L'impianto scenografico porta a immergersi nelle ultime ore di vita di un parricida del nord-est dell'Ohio il quale, dopo tredici anni di disperante reclusione nel braccio della morte, attende che trascorra l'ultima notte prima di essere giustiziato. [...] A Luca Caserta il merito di avere metabolizzato l'enciclopedico materiale relativo alla pena di morte, sostanzialmente noto a tutti, e di averlo rimesso in circolo vivificandone la scabrosa e problematica essenza a mezzo di una drammaturgia equilibrata e senza fronzoli. [...] E' ben riuscito nella difficile impresa di dare corpo al devastante e inumano marasma di emozioni e domande senza risposta di un uomo che attende di essere ucciso dalla Legge dei propri simili."

(Andrea Tumaini, "Veronateatro", anno III, n. 17, agosto-settembre 2005)

"Ma è veramente una paese civile laddove la pena capitale regna sovrana? [...] E il paese per antonomasia più democratico al mondo è proprio la moderna America, quell'America del sogno collettivo di intere generazioni, l'America senza frontiere, delle grandi transumanze dei Pionieri dove tutto è possibile e dove la libertà assurge a unico e inalienabile emblema. [...] Ma il grande paese è altresì il paese delle grandi contraddizioni. [...] La vicenda si svolge nell'ala del braccio della moerte di un penitenziario dello Stato dell'Ohio, dove si consuma il dramma di un giovane parricida, condannato alla pena capitale. Nella vicenda e nel disperato racconto-confessione del ragazzo, dietro le pesanti sbarre della prigione, si evince tutto il disagio di una vita vissuta border line, il degrado di una famiglia assoggettata a quel tipo di violenza 'ereditaria', per dirla alla Zola. [...] Il tutto snocciolato tra i ricordi passati e presenti, dove lo spettatore-testimone stesso sembra vivere attimi allucinanti, gravati dalla consapevolezza dell'insensibilità della legge e di ciò che sia realmente il bene e il male. [...] Unico raggio di sole, quale flebile spiraglio di salvezza momentanea, è il continuo rimembrare la figura dolce e confortante della madre. [...] C'è anche un ricordo riservato all'amore per una ragazza appena conosciuta e subito scomparsa, come una luminosa stella che d'improvviso squarcia l'orizzonte plumbeo. [...] Fugace e tenero è il walzer di Shostakovich tra i due. [...] Una sorta di estenuante limbo, di vane attese dove si vive morendo ogni giorno."

(Claudia Formiconi, "Alla bottega", anno XLIII, n. 3, settembre-dicembre 2005)

"Una cella della morte a pochi metri dal pubblico è il palcoscenico su cui prende vita questo spettacolo, potente, intenso ed evocativo, che affronta uno dei più grandi drammi della storia umana: la pena di morte. [...] Il pubblico assiste e vive a distanza ravvicinata le ultime ore di vita del condannato, l'angoscia e la sofferenza di un uomo che sa di dover morire di lì a poco condannato a morte per l'omicidio del padre. E' un viaggio che conduce tra i suoi ricordi, le sue incertezze, le sue paure, la sua rassegnata e impotente disperazione, attraverso un'atmosfera densa e onirica, sospesa fra il sogno e la cruda realtà della vita carceraria. [...] Vari i richiami, letterari e cinematografici, da Socrate a Camus a Kubrick, vari i simboli allusivi. [...] Sono argomentazioni e considerazioni già pensate e analizzate ma, e qui sta la forza del testo e dell'allestimento, sentirle e viverle insieme al protagonista, le fa sentire vere, dentro di noi, protagonisti anche noi di quel dramma, giudici e colpevoli, perché spettatori impotenti a risolverlo. Intelligente e abile la regia giocata tra la realtà e il sogno con momenti di rabbia alternati ad altri di intenso lirismo: bellissimo e struggente quello in cui il ricordo diventà realtà e le pareti della cella ospitano una danza con la ragazza del sogno d'un tempo; [...] inquietante e drammatica la maschera carceraria che si muove come un robot; onirico il ricordo sfumato e nello stesso tempo vivo della madre morta che sembra arrivare dal vuoto cosmico."

(Rudy De Cadaval, "Hystrio", anno XIX, n. 2, 2006)

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