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DON GIOVANNI, ARLECCHINO E IL CONVITATO DI PIETRA
dal canovaccio di Domenico Biancolelli
testo e regia di Luca Caserta

con Roberto Vandelli, Luca Mascia
con la partecipazione di Isabella Caserta
e con Luigi Distinto, Maurizio Perugini, Marco Sabatino

Note di regia
Ciò che nel canovaccio di Biancolelli poteva apparire a prima vista come un “ostacolo”, ossia la sua frammentarietà, ha rappresentato per il mio lavoro il principale punto di forza: l’originale è divenuto un vero e proprio “calderone d’idee” cui attingere liberamente, mentre le lacune da colmare sono state di stimolo per la genesi di nuove idee. Il canovaccio è così giunto a instaurare un legame quasi diacronico tra passato e presente, tra la tradizione della Commedia dell’Arte e modernità.
In tal senso ho improntato sia il lavoro drammaturgico che registico: prendere dall’originale gli elementi più significativi e rielaborarli in una chiave vicina alla sensibilità odierna, cercando una sorta d’osmosi tra vecchio e nuovo. In questo modo sarebbe stato possibile trasporre nel presente quei messaggi che Biancolelli offriva ai suoi contemporanei. In alcuni casi ho optato per l’inserimento di scene mimiche, tratte dal canovaccio o appositamente scritte, che rimandano a lazzi e atmosfere tipiche delle Commedia dell’Arte, in altri per una resa in forma dialogica più moderna di determinate scene e situazioni.
Ho voluto conferire una maggiore centralità al soprannaturale, facendone un elemento ricorrente, il fulcro attorno cui ruota l’azione. Un’atmosfera di predestinazione aleggia su tutta la vicenda, come una cappa scura che poco alla volta inghiotte i personaggi. Questi ultimi si muovono in uno spazio quasi claustrofobico, sul quale troneggiano due soli elementi scenografici sempre a vista, un piedistallo e una panca in pietra, a indicare la fissità d’una sorte cui non si può sfuggire. La loro incombenza e il colore bianco che si staglia sul nero di fondo dello spazio teatrale sono una materializzazione dell’animo di Don Giovanni, del suo vuoto interiore e della sua incapacità d’amare.
La statua del Commendatore, manifestazione concreta del soprannaturale, è una proiezione di Don Giovanni stesso, l’esplicitazione del suo alter ego interiore: l’assenza di dialoghi tra i due (l’unico è affidato a un registrato dai connotati eterei, quasi un elemento esterno alla scena) sta a significare che per Don Giovanni ogni comunicazione coi propri simili è impossibile, se non nella forma di un “non-rapporto”.
Pur se narrata secondo gli stilemi del comico, è una storia senza speranza, in cui tutto precipita progressivamente verso l’unica conclusione possibile. Per tale ragione s’avverte un clima cupo, un senso d’amarezza che aleggia sul finale. Qualcosa però resta al di là del contingente e giungerà, prima o poi, a porre ordine nelle cose. In questo senso ho interpretato lo spirito satirico del finale voluto da Biancolelli.

Luca Caserta

 


OTELLO - ALTRE VERITA'
testo e regia di Luca Caserta
con Isabella Caserta, Raffaele Gangale, Maurizio Perugini
, Marco Sabatino, Elisa Bertato

testo liberamente ispirato a "Otello" di William Shakespeare

 

 

LE MARMELLATE
spettacolo di mimo clown per bambini - Premio Bari 1986
messinscena di Isabella Caserta

con Anna Benico, Isabella Caserta, Andrea Pasetto
costumi Mariana Berdeaga, scene Laboratorio Teatrale

Fascia d’età: dai 3 ai 7 anni
Durata 55 minuti


Un clown pasticcione e bonario (Augusto) e un clown severo e burbero (Faccia Bianca) coinvolgono con mille trovate i bambini in un gioco magico ricco di fantasia e di comicità. La favola e la magia del circo sono infatti alla base di questo spettacolo in cui gli attori mimano, recitano, improvvisano e giocano insieme con i bambini trascinandoli in gags, scherzi ed "esercizi difficilissimi" che alla fine sveleranno il loro semplice meccanismo.
Lo spettacolo è stato presente a festival internazionali di Oradea, Neuchâtel, Brno, Praga, Salisburgo, Budapest, Landshut, Lubecca, Kiel, Sebenico, Zagabria, Begrado, Sofia, Salonicco, Atene, Marsiglia, Grenoble, Chambery, München, Vienna...

rassegna stampa

 


ANDATA/RITORNO/ANDATA
progetto di Jana Balkan
di Marco Ongaro, regia di Walter Manfré
con Isabella Caserta, Marco Ongaro
musiche e canzoni di Marco Ongaro arrangiate da Enrico Terragnoli, sequenze video di Luca Caserta, foto di scena di Andrea Darra

Note di regia
Un movimento continuo, andata - ritorno - andata, domina questa nostra riflessione/spettacolo sull’andamento della vita umana. Il tema del viaggio, ormai desueto per la continuità con cui è stato trattato dai poeti, torna qui prepotente come costante di una povera anima che, se non fosse per la propria ingenuità e la solarità che la pervade, sarebbe da catalogare nel ciclo dei vinti di verghiana memoria.
Ma qui la nostra “eroina” vince. Vince. Non trionfa.
Sa attraversare con ostinazione il momento “Peripezie” che ogni racconto impone ed arrivare al porto sicuro di un luogo senza mare dove sa ristabilire l’ “Equilibrio”.
Quanta malinconia durante il percorso, quanta paura. Ma anche quanto calore: di fuoco di legna, di farine impastate, di pani, di case, di occhi di bambini. E poi odori di morte, di vita e tradizioni e regole e leggi che gente da lei lontana ha chiamato con nomi strani. Cud!
Rimbomba questo suono e crea una eco fra i binari solitari di un treno che ogni tanto va e che lei affianca di nascosto per non farsi scoprire: conosce la sua meta e lì vuole arrivare per poi tornare e poi tornare indietro.
Il linguaggio poetico si mescola alla cronaca, il quotidiano diventa sogno, il dolore racconto.
Non più di sé ma di un’altra, ad un tratto, di una Olga come non fosse lei.
E le canzoni, storie anch’esse di altri, di sogni di altri, di vite di altri si intersecano con preghiere e sussurri e canti folklorici e litanie per essere insieme, tutti, “Poesia”.
Si pensa all’inizio di narrare in bianco e nero. Poi ti accorgi che quello non è il sentimento della storia. Cioè non è solo quello. C’è il sogno del mare, il ricordo del fuoco e l’Eldorado con il suo miraggio. Entra il colore e con esso la fiaba.
Senza il colore c’è solo cronaca.
Quella di Olga è infine, per sua fortuna, una fiaba e non temiamo di aver edulcorato troppo quella che in realtà è la storia vissuta di una persona a noi vicina, che conosciamo e che ha impastato i pani che vediamo in scena.
Un giorno, se il rombo cupo del Cud cesserà di minacciare, abbraccerà i propri bambini ormai grandi ed anche per lei ci sarà serenità: ristabilimento dell’equilibrio.
Quando tutto sarà a posto lei ricorderà, speriamo, questa sera di teatro di cui è protagonista e che forse, per un attimo, ha lenito il dispiacere della lontananza.
Una sera di teatro che a noi, senza presunzione, può servire per cercare di capire.
E non è poco.

Walter Manfré

 


LA PASSIONE: HUMANAE VIA CRUCIS
di Maricla Boggio, regia di Jana Balkan
con Jana Balkan, Isabella Caserta, Elisa Bertato, Luigi Distinto, Maurizio Perugini, Rachele Perbellini, Marco Sabatino, Vito Vinci, Silvia Sartorio e il bambino Riccardo Caserta

musica dal vivo di Valerio Mauro

Si tratta di una via crucis particolare e innovativa nel contenuto, che dà voce ai reietti e ai miseri, proponendo storie del nostro tempo. E’ una voce che dovrebbe colpire il cuore e la mente dell’uomo d’oggi favorendo la riflessione critica, una denuncia del male che accompagna l’uomo, riscattata dalla speranza luminosa nel Cristo risorto.
Tramite il ricorso a luoghi deputati, dislocati lungo un percorso simbolico, il pubblico si trasformerà in parte “attiva” dell’atto scenico: non uno spettatore statico, ma una compagine umana viva e partecipe, direttamente inserita nella vicenda narrata, circondata e compenetrata dalla presenza e dalle voci degli attori.
Il pubblico dovrebbe avere la sensazione di trovarsi dentro la storia, popolata da presenze e vicende che viviamo e vediamo quotidianamente, colte nella loro immediatezza e drammatica semplicità, per giungere (secondo un clima appositamente studiato dall’autrice) al momento della catarsi-redenzione finale dopo il “Quem quaeritis” e la “Visitatio Sepulcri”.


Foto e video dello spettacolo sono visualizzabili sul sito:
http://www.mariclaboggio.it/pagine/schede/humanae_crucis.html

 


UNA VEDOVA POCO SCALTRA
di Paolo Puppa, regia di Luca Caserta
con Jana Balkan, Isabella Caserta, Maurizio Perugini

Note di regia
In un’atmosfera rarefatta e sospesa, la vicenda di Rosaura rivive sotto forma di flashback nei ricordi dell’anziana vedova: la realtà si fa sogno o, forse, sono proprio i sogni della protagonista a divenire realtà. Gli eventi, racchiusi in gustosi quadri di corteggiamento, si succedono in una girandola di colori con la passione di un walzer di Shostakovich. Emergono, nello spezzettamento e nell’astrazione dei nessi logici, i meccanismi tipici dell’inconscio onirico: la scansione delle scene, basata su accostamenti associativi, nonché i continui scambi di ruoli richiamano alla memoria modelli cinematografici, come la sintassi lynchiana.
La struttura narrativa, forte della commistione linguistica voluta dall’autore, ha la sua vis nelle figure dei pretendenti alla mano di Rosaura, la cui comicità si vorrebbe far scaturire dalle particolarità dei rispettivi idiomi, oltre che dalla mimica e dalla tecnica interpretativa degli attori. A tal proposito s’è affidato il ruolo dei tre amanti (il francese, l’inglese e lo spagnolo) a un uno solo di essi, che, come in un ballo in maschera, passerebbe da un personaggio all’altro mettendo in discussione la percezione della realtà secondo l’ottica distorta del sogno o della follia. Anche Rosaura è sdoppiata in se stessa da giovane e da vecchia, dando così vita a un continuo sfasamento del reale. Il passaggio da una scena all’altra è costruito su una rarefazione dei movimenti, con i personaggi che richiamano visivamente gli “autòmata” e i meccanismi di un orologio animato. L’elemento “tempo” e il suo fluire divengono in tal modo incombenti, a sottolineare come tutto scorra inesorabilmente senza quasi lasciarci una possibilità di scelta razionale, manichini nelle mani di forze a noi estranee.
L’originaria ambientazione a ridosso del carnevale veneziano, presente nel testo di Goldoni, ritornerebbe, quindi, come sottotesto nel tema del “mascheramento”, che ridefinisce il confine tra realtà e finzione: attori che interpretano personaggi in abiti d’epoca o persone reali che scaturiscono dal magma temporale per vivere nel breve spazio della scena teatrale? Un solo uomo che diventa più individui sotto gli occhi degli spettatori; gli spasimanti, i cui tratti stereotipati rimandano a “tipi” e, quindi, a maschere o marionette; la lingua italiana, a sua volta camuffata con improbabili idiomi stranieri; il Conte di Bosco Nero che, allo stesso tempo, è Arlecchino e professore di lingue. Quest’ultimo è reso sulla scena con le fattezze di un enigmatico fantoccio-spaventapasseri, la cui voce registrata assume sfumature diaboliche a ricordare l’origine demoniaca del personaggio: tale immagine si rifà ironicamente all’immobilità di alcuni ambienti accademici che il professore incarna, ma simboleggia anche l’inconsistenza di quest’uomo come amante della giovane Rosaura, la formalità d’un rapporto privo d’amore e, di fatto, il fallimento di vita della donna. Il dialogo tra i due assume in tal modo connotati surreali, giocando sull’alternanza di voce dal vivo e registrato, che porta a una ripetizione-congestione delle frasi e delle situazioni in una sorta di cortocircuito onirico, al quale fa da sfondo una sempre maggiore astrazione dei movimenti.
Il tutto, visto attraverso la lente deformata del miraggio, rimanda appunto (seppur in chiave comica) alla dimensione del sogno per mezzo di un costante gioco di specchi, sul quale in apertura e chiusura incombe un temporale lontano quanto minaccioso, indice di una frattura nel continuum spazio-temporale da cui emergono caratteri e storie che prendono forma e vita dinanzi agli spettatori.

Luca Caserta

 


LA BISBETICA NON DOMATA
testo e regia di Luca Caserta
con Isabella Caserta, Oscar Vallisari, Maurizio Perugini, Elisa Bertato, Vito Vinci, Anna Benico

musiche dal vivo eseguite dal gruppo Kuma Kan

testo liberamente ispirato a "La bisbetica domata" di William Shakespeare

Note di regia
In un ipotetico futuro postbellico, i sopravvissuti vivono barricati in piccole comunità fortificate e autosufficienti, che li isolano dai territori esterni ormai ridotti a una landa riarsa e desolata a causa della catastrofe ecologica seguita alla guerra. E’ un mondo aspro e difficile, un’età di mezzo, una sorta di “nuovo Medioevo”, in cui gli uomini possono contare solo sulle proprie forze.
Seguendo le rotte commerciali, alcuni viandanti giungono presso la comunità del ricco Battista, dove fanno conoscenza delle sue figlie: Caterina, bisbetica e insopportabile, e Bianca, maliziosa e romantica. Desiderosi di sedurle per poterle sposare, i viaggiatori si fanno quindi ospitare, dando inizio a un gioco scenico fatto di comicità, equivoci, spassose menzogne e travestimenti che condurranno alla scena finale, un mondo alla rovescia in cui ordine e ruoli sociali saranno ridefiniti.

L’ambientazione di tipo “postatomico”, da George Miller in poi, propone un mondo arido e decadente, nel quale i sopravvissuti hanno costruito comunità autonome utilizzando ciò che è rimasto: agglomerati, vere e proprie moderne roccaforti di reminiscenza medievale che sorgono come oasi in mezzo a vaste lande deserte e le cui mura sono fatte di materiali di scarto, lamiere, copertoni, ferraglia. Come Crusoe, gli esseri umani si sono adattati all’ambiente circostante. Il cibo, se non è procurato tramite la caccia, viene portato da lunghe carovane che, spostandosi di villaggio in villaggio, percorrono le rotte commerciali, le uniche vie che tagliano in più direzioni le Terre Aride, popolate da contrabbandieri, predoni, criminali d’ogni genere e contaminate dalle radiazioni causate dalla guerra. Mari, oceani e laghi sono quasi del tutto scomparsi, di essi resta solamente un ricordo lontano e leggendario. Acqua e benzina sono diventate la vera merce di scambio. Il deserto diventa un “non luogo” in cui ogni direzione è possibile e nessuna ha un senso, in cui ogni posto è identico all’altro. E’ un universo selvaggio e spietato, privo di memoria storica, in cui l’uomo cerca di sfruttare ciò che ha a disposizione per creare un nuovo ordine, combattendo quotidianamente per la sopravvivenza.
La forza dialogica del testo è divisa fra due poli contrapposti: da un lato, la coppia Caterina-Petruccio, all’interno della quale nessuna relazione sentimentale o umana è possibile, ogni parola e gesto è espressione di una violenza verbale e fisica; dall’altro, la coppia Bianca-Lucenzio, in cui tutto è sentimento, sensualità, espressione, comunicazione. Questi due poli, indubbiamente portati alle loro estreme conseguenze fino a renderli quasi caricaturali e a cui fanno da contrappunto le figure di Battista e Ortensia, incarnano la contraddittorietà di un mondo disorientato, regredito, individualista, privo di punti di riferimento, popolato da oasi-comunità autosufficienti separate da terre deserte e sterminate, incapaci anch’esse di comunicare tra loro, in cui tutti i rapporti possibili sono racchiusi all’interno di quelle piccole mura fortificate e chi viene da fuori è visto con sospetto come minaccia, come "straniero".

Luca Caserta

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La bisbetica
non domata



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La bisbetica
non domata


L'INCREDIBILE VIAGGIO DELLA PRINCIPESSA ROLANDA
testo e regia di Luca Caserta
con Isabella Caserta, Elisa Bertato, Andrea Pasetto

lo spettacolo fa parte del calendario eventi del Mondadori Junior Festival 2006. Il testo è vincitore
del "Premio Letterario Internazionale Giovanni Gronchi" (XX ed.), Pontedera (PI).

Note di regia
Un messo regale diffonde una notizia allarmante: il Regno di Argot, un tempo fiorente capitale dell’Impero di Novalus, è ormai sull’orlo del disastro ecologico a causa dell’uso indiscriminato delle sue risorse naturali e dell’alto tasso d’inquinamento determinato da un’accelerata industrializzazione. Mari color pece, fiumi e ruscelli quasi prosciugati, foreste spoglie, praterie desertificate, specie animali in via d’estinzione… secoli d’incuria e irresponsabilità hanno sortito tragici effetti.
La regina madre Arika ha convocato d’urgenza la principessa-guerriero Rolanda, sua figlia, per affidarle una missione di vitale importanza: dovrà recarsi nelle Terre Lontane alla ricerca dell’anziano saggio mago Zulov, figura leggendaria di oltre tre secoli d’età, che ha abbandonato Argot da vari decenni perché disgustato dal comportamento degli uomini. E’ l’unico detentore del segreto dell’Acqua Eterna, mitica sorgente capace di ridare la vita con una sola goccia. Compito di Rolanda è fare ritorno con un’ampolla di tale acqua per far rinascere Argot.
Nel corso del suo viaggio la principessa incontrerà creature dotate di poteri magici, ostacoli e minacce mortali, luoghi incantati, che faranno di lei una donna diversa nel cuore e nell’anima.

Luca Caserta

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DONNE NELLA STORIA
testo e regia di Luca Caserta
con Jana Balkan, Elisa Bertato, Isabella Caserta

testo segnalato dalla Giuria SIAD (Società Italiana Autori Drammatici) all'VIII Edizione del "Premio Calcante" (Roma, Biblioteca del Burcardo, 2006)

Note di regia
All’interno di un limbo sospeso nello spazio-tempo, spiriti femminili si “servono” a turno del corpo di tre donne per dare vita ai propri ricordi e offrirli agli spettatori. Figure provenienti dal mito e dalla storia passata e recente s’alternano sulla scena, conducendo gli spettatori in un viaggio attraverso il tempo, senza una precisa scansione cronologica, ma con continui balzi da un’epoca all’altra.
Si tratta di flash, piccoli ritratti che cercano di evidenziare momenti peculiari del vissuto dei vari personaggi, non sempre noti, ma anche “marginali”, suddivisi in diversi “gironi” (mogli, madri, amanti e visionarie): da Ecuba a Matilde di Canossa, da Giovanna d’Arco alle madri di Plaza de Mayo, da Lucrezia Borgia alle donne di Chernobyl, da Didone a Isotta Nogarola, da Cassandra a Ilaria Alpi. Personaggi apparentemente slegati tra loro finiscono per mostrare l’esistenza di una sottile linea rossa che unisce, forse da sempre, la storia antica a quella moderna.
Sulla scena sono presenti tre attrici, la cui funzione è quella appunto di dare voce e corpo ai vari personaggi. Il loro aspetto è simile a quello di statue, che si animano nel momento in cui raccontano (rivivendola) la vicenda delle varie donne. Uniformate dallo stesso costume, le interpreti si presentano come una sorta di intermediarie, delle quali gli spiriti si servono per poter parlare. Attorno a loro s’aggirano altre figure inquietanti ed enigmatiche, che popolano questa sorta di “antinferno” abitato da anime senza pace.

Luca Caserta

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Donne nella storia

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Donne nella storia



E’ QUESTO IL PAESE CIVILE?
testo e regi
a di Luca Caserta
con Luigi Distinto, Elisa Bertato, Zeno Guarienti

Note di regia
Lo spettacolo verte sulla pena di morte e sul suo inquietante e discutibile valore.
Quale confine è più labile, oscuro, misterioso di quello che separa la vita dalla morte? Confine non sempre raggiunto in modo naturale. Spesso si manifesta come un’imposizione dall’esterno e la morte diviene un freddo gioco calcolato, un assurdo rituale, un espediente legale, un comodo strumento per mettere a tacere la coscienza comune. La giustizia si trasforma in un assassinio di stato. Nessun rispetto per la persona, nessuna possibilità di appello, nessuna possibilità di errore. Questi ed altri pensieri affollano la mente del protagonista, condannato a morte tramite iniezione letale dal tribunale dell’Ohio per l’omicidio del padre.
In tali riflessioni scorrono le ultime ore di vita del protagonista, esposte come un racconto in prima persona rivolto agli spettatori, tra l’indifferenza delle guardie carcerarie, l’insensibilità della legge e l’ipocrisia di chi lo assiste.
Un viaggio che conduce gli astanti tra i ricordi del condannato, le sue incertezze, le sue paure, la sua rassegnata e impotente disperazione.
Lo spettatore verrà guidato attraverso quest’ atmosfera, sospesa fra il sogno e la cruda realtà della vita carceraria, le memorie del passato e gli incubi del presente.

Luca Caserta

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E' questo il paese civile?

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E' questo il paese civile?











AMICHE
testo e regia di Luca Caserta
con Jana Balkan, Elisa Bertato, Isabella Caserta, Stefania Castiglion


Note di regia
Durante una calda sera d’estate tre amiche d’infanzia e la madre di una di esse s’incontrano, dopo alcuni anni di lontananza, in occasione di una cena. Nonostante le loro vite abbiano seguito strade diverse, le quattro donne hanno comunque cercato di mantenersi in contatto per non smarrire quel legame particolare che da sempre le lega. Nel corso della serata, in un clima tra l’allegro e il nostalgico (non privo però di antiche tensioni) e solo apparentemente realistico, affiorano le loro storie, dalle quali emerge quanto le esperienze affrontate abbiano inciso e separato le esistenze di ognuna. Gli amori, le sofferenze e le frustrazioni, le speranze e i successi sono a poco a poco svelati in un’atmosfera continuamente oscillante tra la realtà e il sogno, nella quale vengono inseriti e coinvolti gli spettatori/voyeur (come testimonia l’allestimento dello spazio scenico, studiato per avvolgere e idealmente abbracciare gli ascoltatori), accolti all’interno di un luogo onirico, sospeso e allegorico, ricco di oggetti - simbolo, proiezione dell’anima stessa dei personaggi, che si presentano a tratti come spiriti, figure quasi eteree. Quattro storie, quattro punti di vista diversi e talora contrapposti, ma legati da un unico filo conduttore basato su alcuni gruppi tematici: la vita, l’amore, la maternità, la morte. Esperienze forti e spesso dolorose, rievocate attraverso flash improvvisi e inaspettati, per mezzo dei quali il pubblico viene direttamente calato nella mente delle protagoniste e nei sogni o incubi che la popolano in un crescendo che, a partire dalla tranquilla e familiare situazione iniziale, giunge alla drammatica scena finale.

Luca Caserta

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Amiche

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Amiche



ADDIO AMORE (BEATRICE CENCI)
di Franco Cuomo
regia di Walter Manfré
protagonista Isabella Caserta

Note di regia
Beatrice Cenci, detta la “vergine romana”, apparteneva all’antica famiglia patrizia di Roma.
Figlia di Francesco Cenci, uomo dissoluto, brutale e crudele, secondo la tradizione, dopo il secondo matrimonio del padre, venne da questi tenuta prigioniera e circondata di attenzioni incestuose. Beatrice, con la complicità della matrigna Lucrezia, di tre fratelli e del castellano della rocca in cui era stata rinchiusa e maltrattata, cospirò per uccidere il padre (1598). Processata per omicidio, venne da Clemente VIII condannata a morte con il fratello e la matrigna e fu decapitata nel 1599 davanti a Castel Sant’Angelo. Alla sua storia sono ispirate numerose opere artistiche e letterarie: il ritratto di Guido Reni del XVII secolo, la tragedia “I Cenci” (1819) di Shelley, i romanzi e i racconti di Stendhal, G. B. Niccolini, Dumas padre e Guerrazzi.
L’azione del testo di Franco Cuomo si svolge nell’ultimo anno di vita di Beatrice.
Nella scrittura di Franco Cuomo si intravede una critica al ‘500 ed al secolo successivo, il secolo ‘nero’, laddove l’uomo, prendendo coscienza di non essere tutto il centro dell’universo, si lascia andare ad una guerra spietata nei confronti di ogni libero pensiero. Ed è un dato storico che a mandare a morte Beatrice Cenci fu lo stesso Papa che mandò a morte Giordano Bruno.
Una ragazza, costretta assieme alla madre e ai fratelli a subire le vessazioni di un padre–padrone tiranno e violento, riesce a liberarsi dalla sofferenza di questa prigione compiendo un delitto deprecabile: il parricidio. Un anelito alla liberazione che, improponibile nel secolo nero, diventa, alla luce della storia, anelito alla libertà.

Walter Manfré

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Addio Amore

Addio Amore


 

 

ALBE TRE
di Paolo Puppa
con Isabella Caserta e Roberto Vandelli
regia di Walter Manfrè

Note di regia
Tre flash sulla crisi di coppia. L’ennesima. Stavolta però si procede dalla fine. Perché tutto è incerto e il tempo, come nozione, pare impazzito. Va avanti, indietro, tipo certa pièce interiore. All’inizio lei è una malata terminale, ospite di un albergo-ospedale, in riva ad un lago. Lui, il marito, vitale e pieno di futuro (ha una sua studentessa da cui aspetta un figlio), è accorso al suo capezzale attirato dalle paure della donna.
2° flash. Buio assoluto e i due personaggi, a turno, si rivolgono all’assenza di luce, che incombe sull’acqua. Lei supplica l’alba di tornare un’ultima volta per chiedere perdono al marito del proprio egoismo; lui invece chiede al buio di imporsi per sempre e di interrompere così il ciclo dell’esistenza. Ognuno dei due pare liberare una maschera opposta a quella esibita nell’esordio.
3° flash. Si torna al passato. L’albergo-ospedale è una villa privata. Lei si è svegliata, sana giovinetta, e racconta al marito un brutto sogno in cui era ammalata, vecchia, abbandonata da lui, che la tranquillizza. Poi sull’acqua irrompe la luce del sole.

Walter Manfré

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Albe Tre


 




 



ALTRE STORIE: COMMEDIA DELL'ARTE

regia di Ezio Maria Caserta
messinscena di Isabella Caserta


Note di regia
Nella rappresentazione, che è una fedele ricerca degli stilemi formali classici (impiego della tipica gestualità e della voce, ricostruzione dei costumi e delle maschere), viene privilegiato lo “straordinario” teatrale di questo genere da fiera o da piazza (l’aspetto acrobatico, l’utilizzo degli intermezzi con giocolieri, mangiatori di fuoco, trampolieri e ballerini).
Gli Zanni (i servi) sono personaggi che incarnano l’elemento canagliesco dell’uomo. Astuto e vincente lo Zanni trionfa col piccolo imbroglio. Si ritrova in lui lo spirito di incoercibile libertà che si ribella ai privilegi sociali dai quali è escluso.
Verso la fine del ‘500 il personaggio si sdoppia: nascono il primo Zanni, buffonesco, un po’ tonto e balordo e il secondo Zanni dallo spirito eccessivamente servile, che si identifica col cameriere.
Agli Zanni si oppongono personaggi caratteristici che impersonano una variegata categoria di vizi presenti nelle diverse tipologie umane: Pantalone è il vecchio mercante avaro, Matamoro è il capitano spaccone e codardo, gli Innamorati sono dolci e “zuccherosi”, le Servette sono il controaltare di Arlecchino, Brighella e Pulcinella, a cui sono dialetticamente legate per accettazione o negazione delle loro profferte d’amore.
Gli antichi scenari campionati sono: una “Persuasiva” d’amore con “Diniego”, il “Contrasto fra il capitano Spaccamontagna e lo Zanni”, la “Canzone della fame”, il “Dialogo di un Magnifico con lo Zanni bergamasco”, il “Contrasto fra Pantalone e Brighella”, la “Scena d’amore fra Colombina e Pulcinella”, la “Pulce ridicolosa e bella” di Giulio Cesare Croce. La scena iniziale prevede un’entrata con trampoli e torce. In quella finale gli attori se ne vanno fra scene di sbandieramenti e mangiatori di fuoco, dopo aver creato una piramide con i loro corpi e aver ballato una tipica danza.

Ezio Maria Caserta

La prevalenza visiva delle azioni, l’accattivante simpatia delle maschere veneziane d’Arlecchino, Brighella, Pantalone, del Capitano, Colombina, etc., lo straordinario effetto dei giochi di fuoco, dei trampolieri, degli acrobati del gruppo e l’essere “campione” specifico d’una civiltà (testi e musiche originali del Rinascimento italiano) hanno spalancato a questo spettacolo le porte del successo nei festivals di tutto il mondo: da Avignone a Parigi, Praga, Brno, Rousse, Sofia, Valence, Berlino, Copenaghen, Kiel, Amburgo, Lubecca, Monaco, Marsiglia, Linz, Brema, Budapest, Vienna, Mosca, Montevideo, Wroclaw, Cracovia, New York, Città del Messico.

rassegna stampa


La Commedia dell'Arte




   

IL VOLTO VELATO
(pia rappresentazione della piccola Santa Teresa nel convento delle Carmelitane in occasione della vestizione di una novizia)
di Maricla Boggio, regia di Walter Manfré
con Isabella Caserta

Il testo racconta – attraverso scene alternate a intermezzi musicali – la storia di Teresa di Lisieux (la “piccola Teresa”). Morta all’età di ventiquattro anni, Dottore della Chiesa, Teresa annovera – tra i tanti meriti – anche quello di essere stata autrice, regista e attrice di “pie rappresentazioni” composte e recitate per intrattenere le consorelle del convento del Carmelo, in cui era entrata a quindici anni.
“Una Santa semplice, ingenua ma convinta, lieve ma profonda, mistica ma non necessariamente sofferente. Il suo stesso desiderio di fare teatro ce la fa amare incondizionatamente e ci riporta, credenti o no, alla possibilità quasi dimenticata, di accostarsi a Dio con l’anima pura di chi è felice di amare...” scrive Walter Manfré nelle note di regia.

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Foto e video dello spettacolo sono visualizzabili sul sito:
http://www.mariclaboggio.it/pagine/schede/volto_velato.html


Il volto velato




 



 

LA GASTALDA
di Carlo Goldoni
con Isabella Caserta e Roberto Vandelli
regia di Ezio Maria Caserta
messinscena di Jana Balkan
musiche composte ed eseguite dal vivo da Valerio Mauro

Il testo utilizzato è quello originario della prima stesura (1753)

Note di regia
Corallina, la gastalda (oggi la grafia dice castalda), parla, com’è naturale, in dialetto veneziano. Stimolato dal ritorno nella compagine Medebach della bella e indiavolata Maddalena Marliani, ex moglie del Brighella che aveva lasciato per “capricci d’amore” (per lei ha scritto anche “La locandiera”), Goldoni traduce la parte della protagonista (ambientata in una villa sul Brenta) dall’originario dialetto in lingua (perché l’attrice era toscana) e inaugura una nuova serie di testi incentrati sulla “villeggiatura”. “La gastalda” svolge il tema (caro al ‘700) della serva-padrona: la governante che riesce a sposare il principale attempato, ma agiato e in grado di garantirle una sicurezza economica. Il testo è ricco di colpi di scena e situazioni comiche, di scambi di persona, di qui-pro-quo (per esempio Lelio, credendo la Gastalda figlia di Pantalone, le regala l’anello di fidanzamento e chiede al padre la mano di lei, senza sapere che lui, a sua volta, è innamorato della stessa donna), di personaggi grotteschi come lo stesso Lelio che commette strafalcioni quando parla, o Ottavio, che, povero in canna, è costretto a scroccare i pasti e sostiene altezzosamente la parte del benestante, o Beatrice, anche lei piena di arie, o i simpatici Arlecchino e Brighella. Sullo schema accattivante della “Commedia dell’Arte” il gioco scenico si sostiene vivacissimo e pieno d’imprevisti. Sono molto buffe le arrabbiature del vecchio Pantalone, rifugiatosi in campagna per corteggiare Corallina e stare con lei, che si vede invadere la casa da un continuo via vai d’intrusi indesiderati (questo flusso inarrestabile, che s’impone per forza d’accumulo, ricorda i “Seccatori” di Molière).

La freschezza di linguaggio e il dialogo serrato e pulito rendono questo testo gustoso e gradito pure all’ascoltatore contemporaneo. C’è, innanzi tutto, la prepotente figura di questa graziosa “serva - amorosa” (che poi trapasserà nella Mirandolina), piena di brio, dominatrice della situazione, adatta ad un’attrice di deciso spessore comico e di forte carattere. E c’è un Goldoni di notevole caratura con una “vis” comica a tutto raggio: comico di battuta, di linguaggio, d’atteggiamento, con l’uso di controsensi, del comico di situazione, d’epilogo, di carattere.
Pantalone è proposto con un respiro profondamente umano. Il vecchio spasimante invaghito assume toni patetici e ilari. La figlia, che ha la “fregola” d’incontrarsi con l’innamorato, si agita in modo risibile. L’intrecciarsi dei casi arriva all’acme quando i suoi due corteggiatori impugnano le armi ed iniziano un duello (destinato - come è giusto nell’universo goldoniano - a naufragare nel nulla).

Ezio Maria Caserta

rassegna stampa



La Gastalda

La Gastalda