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DON
GIOVANNI, ARLECCHINO E IL CONVITATO DI PIETRA
dal canovaccio di Domenico Biancolelli
testo e regia di Luca Caserta
con Roberto
Vandelli, Luca Mascia
con la partecipazione di Isabella
Caserta
e con Luigi Distinto, Maurizio Perugini, Marco Sabatino
Note di regia
Ciò che nel
canovaccio di Biancolelli poteva apparire a prima vista
come un “ostacolo”, ossia la sua frammentarietà,
ha rappresentato per il mio lavoro il principale punto
di forza: l’originale è divenuto un vero
e proprio “calderone d’idee” cui attingere
liberamente, mentre le lacune da colmare sono state di
stimolo per la genesi di nuove idee. Il canovaccio è
così giunto a instaurare un legame quasi diacronico
tra passato e presente, tra la tradizione della Commedia
dell’Arte e modernità.
In tal senso ho improntato sia il lavoro drammaturgico
che registico: prendere dall’originale gli elementi
più significativi e rielaborarli in una chiave
vicina alla sensibilità odierna, cercando una sorta
d’osmosi tra vecchio e nuovo. In questo modo sarebbe
stato possibile trasporre nel presente quei messaggi che
Biancolelli offriva ai suoi contemporanei. In alcuni casi
ho optato per l’inserimento di scene mimiche, tratte
dal canovaccio o appositamente scritte, che rimandano
a lazzi e atmosfere tipiche delle Commedia dell’Arte,
in altri per una resa in forma dialogica più moderna
di determinate scene e situazioni.
Ho voluto conferire una maggiore centralità al
soprannaturale, facendone un elemento ricorrente, il fulcro
attorno cui ruota l’azione. Un’atmosfera di
predestinazione aleggia su tutta la vicenda, come una
cappa scura che poco alla volta inghiotte i personaggi.
Questi ultimi si muovono in uno spazio quasi claustrofobico,
sul quale troneggiano due soli elementi scenografici sempre
a vista, un piedistallo e una panca in pietra, a indicare
la fissità d’una sorte cui non si può
sfuggire. La loro incombenza e il colore bianco che si
staglia sul nero di fondo dello spazio teatrale sono una
materializzazione dell’animo di Don Giovanni, del
suo vuoto interiore e della sua incapacità d’amare.
La statua del Commendatore, manifestazione concreta del
soprannaturale, è una proiezione di Don Giovanni
stesso, l’esplicitazione del suo alter ego interiore:
l’assenza di dialoghi tra i due (l’unico è
affidato a un registrato dai connotati eterei, quasi un
elemento esterno alla scena) sta a significare che per
Don Giovanni ogni comunicazione coi propri simili è
impossibile, se non nella forma di un “non-rapporto”.
Pur se narrata secondo gli stilemi del comico, è
una storia senza speranza, in cui tutto precipita progressivamente
verso l’unica conclusione possibile. Per tale ragione
s’avverte un clima cupo, un senso d’amarezza
che aleggia sul finale. Qualcosa però resta al
di là del contingente e giungerà, prima
o poi, a porre ordine nelle cose. In questo senso ho interpretato
lo spirito satirico del finale voluto da Biancolelli.
Luca Caserta
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OTELLO
- ALTRE VERITA'
testo e regia di Luca
Caserta
con Isabella
Caserta, Raffaele Gangale,
Maurizio Perugini,
Marco Sabatino, Elisa Bertato
testo
liberamente ispirato a "Otello" di William Shakespeare
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LE
MARMELLATE
spettacolo
di mimo clown per bambini
- Premio Bari 1986
messinscena
di Isabella Caserta
con Anna Benico, Isabella Caserta, Andrea Pasetto
costumi Mariana Berdeaga, scene Laboratorio Teatrale
Fascia
d’età: dai 3 ai 7 anni
Durata 55 minuti
Un clown pasticcione e bonario (Augusto) e un clown severo
e burbero (Faccia Bianca) coinvolgono con mille trovate
i bambini in un gioco magico ricco di fantasia e di comicità.
La favola e la magia del circo sono infatti alla base di
questo spettacolo in cui gli attori mimano, recitano, improvvisano
e giocano insieme con i bambini trascinandoli in gags, scherzi
ed "esercizi difficilissimi" che alla fine sveleranno
il loro semplice meccanismo. Lo
spettacolo è stato presente a festival internazionali
di Oradea, Neuchâtel, Brno, Praga, Salisburgo, Budapest,
Landshut, Lubecca, Kiel, Sebenico, Zagabria, Begrado, Sofia,
Salonicco, Atene, Marsiglia, Grenoble, Chambery, München,
Vienna...
rassegna
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ANDATA/RITORNO/ANDATA
progetto di Jana Balkan
di Marco Ongaro, regia di Walter
Manfré
con Isabella
Caserta, Marco Ongaro
musiche
e canzoni di Marco Ongaro arrangiate da Enrico Terragnoli,
sequenze video di Luca Caserta, foto di scena di Andrea
Darra
Note di regia
Un movimento continuo, andata - ritorno - andata, domina
questa nostra riflessione/spettacolo sull’andamento
della vita umana. Il tema del viaggio, ormai desueto per
la continuità con cui è stato trattato dai
poeti, torna qui prepotente come costante di una povera
anima che, se non fosse per la propria ingenuità
e la solarità che la pervade, sarebbe da catalogare
nel ciclo dei vinti di verghiana memoria.
Ma qui la nostra “eroina” vince. Vince. Non
trionfa.
Sa attraversare con ostinazione il momento “Peripezie”
che ogni racconto impone ed arrivare al porto sicuro di
un luogo senza mare dove sa ristabilire l’ “Equilibrio”.
Quanta malinconia durante il percorso, quanta paura. Ma
anche quanto calore: di fuoco di legna, di farine impastate,
di pani, di case, di occhi di bambini. E poi odori di
morte, di vita e tradizioni e regole e leggi che gente
da lei lontana ha chiamato con nomi strani. Cud!
Rimbomba questo suono e crea una eco fra i binari solitari
di un treno che ogni tanto va e che lei affianca di nascosto
per non farsi scoprire: conosce la sua meta e lì
vuole arrivare per poi tornare e poi tornare indietro.
Il linguaggio poetico si mescola alla cronaca, il quotidiano
diventa sogno, il dolore racconto.
Non più di sé ma di un’altra, ad un
tratto, di una Olga come non fosse lei.
E le canzoni, storie anch’esse di altri, di sogni
di altri, di vite di altri si intersecano con preghiere
e sussurri e canti folklorici e litanie per essere insieme,
tutti, “Poesia”.
Si pensa all’inizio di narrare in bianco e nero.
Poi ti accorgi che quello non è il sentimento della
storia. Cioè non è solo quello. C’è
il sogno del mare, il ricordo del fuoco e l’Eldorado
con il suo miraggio. Entra il colore e con esso la fiaba.
Senza il colore c’è solo cronaca.
Quella di Olga è infine, per sua fortuna, una fiaba
e non temiamo di aver edulcorato troppo quella che in
realtà è la storia vissuta di una persona
a noi vicina, che conosciamo e che ha impastato i pani
che vediamo in scena.
Un giorno, se il rombo cupo del Cud cesserà di
minacciare, abbraccerà i propri bambini ormai grandi
ed anche per lei ci sarà serenità: ristabilimento
dell’equilibrio.
Quando tutto sarà a posto lei ricorderà,
speriamo, questa sera di teatro di cui è protagonista
e che forse, per un attimo, ha lenito il dispiacere della
lontananza.
Una sera di teatro che a noi, senza presunzione, può
servire per cercare di capire.
E non è poco.
Walter
Manfré
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LA PASSIONE: HUMANAE VIA CRUCIS
di Maricla Boggio, regia di Jana
Balkan
con Jana Balkan, Isabella Caserta,
Elisa Bertato, Luigi Distinto, Maurizio Perugini, Rachele
Perbellini, Marco Sabatino, Vito Vinci, Silvia Sartorio
e il bambino Riccardo Caserta
musica dal vivo di Valerio Mauro
Si
tratta di una via crucis particolare e innovativa nel
contenuto, che dà voce ai reietti e ai miseri,
proponendo storie del nostro tempo. E’ una voce
che dovrebbe colpire il cuore e la mente dell’uomo
d’oggi favorendo la riflessione critica, una denuncia
del male che accompagna l’uomo, riscattata dalla
speranza luminosa nel Cristo risorto.
Tramite il ricorso a luoghi deputati, dislocati lungo
un percorso simbolico, il pubblico si trasformerà
in parte “attiva” dell’atto scenico:
non uno spettatore statico, ma una compagine umana viva
e partecipe, direttamente inserita nella vicenda narrata,
circondata e compenetrata dalla presenza e dalle voci
degli attori.
Il pubblico dovrebbe avere la sensazione di trovarsi dentro
la storia, popolata da presenze e vicende che viviamo
e vediamo quotidianamente, colte nella loro immediatezza
e drammatica semplicità, per giungere (secondo
un clima appositamente studiato dall’autrice) al
momento della catarsi-redenzione finale dopo il “Quem
quaeritis” e la “Visitatio Sepulcri”.
Foto
e video dello spettacolo sono visualizzabili sul sito:
http://www.mariclaboggio.it/pagine/schede/humanae_crucis.html
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UNA
VEDOVA POCO SCALTRA
di Paolo Puppa, regia di Luca
Caserta
con Jana
Balkan, Isabella
Caserta, Maurizio Perugini
Note
di regia
In un’atmosfera rarefatta
e sospesa, la vicenda di Rosaura rivive sotto forma di
flashback nei ricordi dell’anziana vedova: la realtà
si fa sogno o, forse, sono proprio i sogni della protagonista
a divenire realtà. Gli eventi, racchiusi in gustosi
quadri di corteggiamento, si succedono in una girandola
di colori con la passione di un walzer di Shostakovich.
Emergono, nello spezzettamento e nell’astrazione
dei nessi logici, i meccanismi tipici dell’inconscio
onirico: la scansione delle scene, basata su accostamenti
associativi, nonché i continui scambi di ruoli
richiamano alla memoria modelli cinematografici, come
la sintassi lynchiana.
La struttura narrativa, forte della commistione linguistica
voluta dall’autore, ha la sua vis nelle figure dei
pretendenti alla mano di Rosaura, la cui comicità
si vorrebbe far scaturire dalle particolarità dei
rispettivi idiomi, oltre che dalla mimica e dalla tecnica
interpretativa degli attori. A tal proposito s’è
affidato il ruolo dei tre amanti (il francese, l’inglese
e lo spagnolo) a un uno solo di essi, che, come in un
ballo in maschera, passerebbe da un personaggio all’altro
mettendo in discussione la percezione della realtà
secondo l’ottica distorta del sogno o della follia.
Anche Rosaura è sdoppiata in se stessa da giovane
e da vecchia, dando così vita a un continuo sfasamento
del reale. Il passaggio da una scena all’altra è
costruito su una rarefazione dei movimenti, con i personaggi
che richiamano visivamente gli “autòmata”
e i meccanismi di un orologio animato. L’elemento
“tempo” e il suo fluire divengono in tal modo
incombenti, a sottolineare come tutto scorra inesorabilmente
senza quasi lasciarci una possibilità di scelta
razionale, manichini nelle mani di forze a noi estranee.
L’originaria ambientazione a ridosso del carnevale
veneziano, presente nel testo di Goldoni, ritornerebbe,
quindi, come sottotesto nel tema del “mascheramento”,
che ridefinisce il confine tra realtà e finzione:
attori che interpretano personaggi in abiti d’epoca
o persone reali che scaturiscono dal magma temporale per
vivere nel breve spazio della scena teatrale? Un solo
uomo che diventa più individui sotto gli occhi
degli spettatori; gli spasimanti, i cui tratti stereotipati
rimandano a “tipi” e, quindi, a maschere o
marionette; la lingua italiana, a sua volta camuffata
con improbabili idiomi stranieri; il Conte di Bosco Nero
che, allo stesso tempo, è Arlecchino e professore
di lingue. Quest’ultimo è reso sulla scena
con le fattezze di un enigmatico fantoccio-spaventapasseri,
la cui voce registrata assume sfumature diaboliche a ricordare
l’origine demoniaca del personaggio: tale immagine
si rifà ironicamente all’immobilità
di alcuni ambienti accademici che il professore incarna,
ma simboleggia anche l’inconsistenza di quest’uomo
come amante della giovane Rosaura, la formalità
d’un rapporto privo d’amore e, di fatto, il
fallimento di vita della donna. Il dialogo tra i due assume
in tal modo connotati surreali, giocando sull’alternanza
di voce dal vivo e registrato, che porta a una ripetizione-congestione
delle frasi e delle situazioni in una sorta di cortocircuito
onirico, al quale fa da sfondo una sempre maggiore astrazione
dei movimenti.
Il tutto, visto attraverso la lente deformata del miraggio,
rimanda appunto (seppur in chiave comica) alla dimensione
del sogno per mezzo di un costante gioco di specchi, sul
quale in apertura e chiusura incombe un temporale lontano
quanto minaccioso, indice di una frattura nel continuum
spazio-temporale da cui emergono caratteri e storie che
prendono forma e vita dinanzi agli spettatori.
Luca
Caserta
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LA BISBETICA NON DOMATA
testo e regia di Luca
Caserta
con Isabella
Caserta, Oscar Vallisari,
Maurizio Perugini, Elisa
Bertato, Vito Vinci, Anna Benico
musiche dal vivo eseguite dal gruppo Kuma Kan
testo liberamente
ispirato a "La bisbetica domata" di William
Shakespeare
Note di regia
In un ipotetico futuro postbellico, i sopravvissuti vivono
barricati in piccole comunità fortificate e autosufficienti,
che li isolano dai territori esterni ormai ridotti a una
landa riarsa e desolata a causa della catastrofe ecologica
seguita alla guerra. E’ un mondo aspro e difficile,
un’età di mezzo, una sorta di “nuovo
Medioevo”, in cui gli uomini possono contare solo
sulle proprie forze.
Seguendo le rotte commerciali, alcuni viandanti giungono
presso la comunità del ricco Battista, dove fanno
conoscenza delle sue figlie: Caterina, bisbetica e insopportabile,
e Bianca, maliziosa e romantica. Desiderosi di sedurle
per poterle sposare, i viaggiatori si fanno quindi ospitare,
dando inizio a un gioco scenico fatto di comicità,
equivoci, spassose menzogne e travestimenti che condurranno
alla scena finale, un mondo alla rovescia in cui ordine
e ruoli sociali saranno ridefiniti.
L’ambientazione di tipo “postatomico”,
da George Miller in poi, propone un mondo arido e decadente,
nel quale i sopravvissuti hanno costruito comunità
autonome utilizzando ciò che è rimasto:
agglomerati, vere e proprie moderne roccaforti di reminiscenza
medievale che sorgono come oasi in mezzo a vaste lande
deserte e le cui mura sono fatte di materiali di scarto,
lamiere, copertoni, ferraglia. Come Crusoe, gli esseri
umani si sono adattati all’ambiente circostante.
Il cibo, se non è procurato tramite la caccia,
viene portato da lunghe carovane che, spostandosi di villaggio
in villaggio, percorrono le rotte commerciali, le uniche
vie che tagliano in più direzioni le Terre Aride,
popolate da contrabbandieri, predoni, criminali d’ogni
genere e contaminate dalle radiazioni causate dalla guerra.
Mari, oceani e laghi sono quasi del tutto scomparsi, di
essi resta solamente un ricordo lontano e leggendario.
Acqua e benzina sono diventate la vera merce di scambio.
Il deserto diventa un “non luogo” in cui ogni
direzione è possibile e nessuna ha un senso, in
cui ogni posto è identico all’altro. E’
un universo selvaggio e spietato, privo di memoria storica,
in cui l’uomo cerca di sfruttare ciò che
ha a disposizione per creare un nuovo ordine, combattendo
quotidianamente per la sopravvivenza.
La forza dialogica del testo è divisa fra due poli
contrapposti: da un lato, la coppia Caterina-Petruccio,
all’interno della quale nessuna relazione sentimentale
o umana è possibile, ogni parola e gesto è
espressione di una violenza verbale e fisica; dall’altro,
la coppia Bianca-Lucenzio, in cui tutto è sentimento,
sensualità, espressione, comunicazione. Questi
due poli, indubbiamente portati alle loro estreme conseguenze
fino a renderli quasi caricaturali e a cui fanno da contrappunto
le figure di Battista e Ortensia, incarnano la contraddittorietà
di un mondo disorientato, regredito, individualista, privo
di punti di riferimento, popolato da oasi-comunità
autosufficienti separate da terre deserte e sterminate,
incapaci anch’esse di comunicare tra loro, in cui
tutti i rapporti possibili sono racchiusi all’interno
di quelle piccole mura fortificate e chi viene da fuori
è visto con sospetto come minaccia, come "straniero".
Luca
Caserta
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L'INCREDIBILE
VIAGGIO DELLA PRINCIPESSA ROLANDA
testo e regia di Luca
Caserta
con Isabella
Caserta, Elisa Bertato,
Andrea Pasetto
lo spettacolo fa parte del calendario eventi del Mondadori
Junior Festival 2006.
Il testo è vincitore del
"Premio Letterario Internazionale Giovanni Gronchi"
(XX ed.), Pontedera (PI).
Note
di regia
Un messo regale diffonde una notizia allarmante: il Regno
di Argot, un tempo fiorente capitale dell’Impero di Novalus,
è ormai sull’orlo del disastro ecologico a causa
dell’uso indiscriminato delle sue risorse naturali e dell’alto
tasso d’inquinamento determinato da un’accelerata
industrializzazione. Mari color pece, fiumi e ruscelli quasi prosciugati,
foreste spoglie, praterie desertificate, specie animali in via
d’estinzione… secoli d’incuria e irresponsabilità
hanno sortito tragici effetti.
La regina madre Arika ha convocato d’urgenza la principessa-guerriero
Rolanda, sua figlia, per affidarle una missione di vitale importanza:
dovrà recarsi nelle Terre Lontane alla ricerca dell’anziano
saggio mago Zulov, figura leggendaria di oltre tre secoli d’età,
che ha abbandonato Argot da vari decenni perché disgustato
dal comportamento degli uomini. E’ l’unico detentore
del segreto dell’Acqua Eterna, mitica sorgente capace di
ridare la vita con una sola goccia. Compito di Rolanda è
fare ritorno con un’ampolla di tale acqua per far rinascere
Argot.
Nel corso del suo viaggio la principessa incontrerà creature
dotate di poteri magici, ostacoli e minacce mortali, luoghi incantati,
che faranno di lei una donna diversa nel cuore e nell’anima.
Luca
Caserta
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DONNE
NELLA STORIA
testo e regia di Luca
Caserta
con Jana Balkan, Elisa
Bertato, Isabella
Caserta
testo
segnalato dalla Giuria SIAD (Società Italiana Autori
Drammatici) all'VIII Edizione del "Premio Calcante"
(Roma, Biblioteca del Burcardo, 2006)
Note di
regia
All’interno di un limbo sospeso nello spazio-tempo,
spiriti femminili si “servono” a turno del
corpo di tre donne per dare vita ai propri ricordi e offrirli
agli spettatori. Figure provenienti dal mito e dalla storia
passata e recente s’alternano sulla scena, conducendo
gli spettatori in un viaggio attraverso il tempo, senza
una precisa scansione cronologica, ma con continui balzi
da un’epoca all’altra.
Si tratta di flash, piccoli ritratti che cercano di evidenziare
momenti peculiari del vissuto dei vari personaggi, non
sempre noti, ma anche “marginali”, suddivisi
in diversi “gironi” (mogli, madri, amanti
e visionarie): da Ecuba a Matilde di Canossa, da Giovanna
d’Arco alle madri di Plaza de Mayo, da Lucrezia
Borgia alle donne di Chernobyl, da Didone a Isotta Nogarola,
da Cassandra a Ilaria Alpi. Personaggi apparentemente
slegati tra loro finiscono per mostrare l’esistenza
di una sottile linea rossa che unisce, forse da sempre,
la storia antica a quella moderna.
Sulla scena sono presenti tre attrici, la cui funzione
è quella appunto di dare voce e corpo ai vari personaggi.
Il loro aspetto è simile a quello di statue, che
si animano nel momento in cui raccontano (rivivendola)
la vicenda delle varie donne. Uniformate dallo stesso
costume, le interpreti si presentano come una sorta di
intermediarie, delle quali gli spiriti si servono per
poter parlare. Attorno a loro s’aggirano altre figure
inquietanti ed enigmatiche, che popolano questa sorta
di “antinferno” abitato da anime senza pace.
Luca
Caserta
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E’
QUESTO IL PAESE CIVILE?
testo e regia
di Luca Caserta
con Luigi Distinto, Elisa
Bertato, Zeno Guarienti
Note di regia
Lo spettacolo verte sulla pena di morte e sul suo inquietante
e discutibile valore.
Quale confine è più labile, oscuro, misterioso di
quello che separa la vita dalla morte? Confine non sempre raggiunto
in modo naturale. Spesso si manifesta come un’imposizione
dall’esterno e la morte diviene un freddo gioco calcolato,
un assurdo rituale, un espediente legale, un comodo strumento
per mettere a tacere la coscienza comune. La giustizia si trasforma
in un assassinio di stato. Nessun rispetto per la persona, nessuna
possibilità di appello, nessuna possibilità di errore.
Questi ed altri pensieri affollano la mente del protagonista,
condannato a morte tramite iniezione letale dal tribunale dell’Ohio
per l’omicidio del padre.
In tali riflessioni scorrono le ultime ore di vita del protagonista,
esposte come un racconto in prima persona rivolto agli spettatori,
tra l’indifferenza delle guardie carcerarie, l’insensibilità
della legge e l’ipocrisia di chi lo assiste.
Un viaggio che conduce gli astanti tra i ricordi del condannato,
le sue incertezze, le sue paure, la sua rassegnata e impotente
disperazione.
Lo spettatore verrà guidato attraverso quest’ atmosfera,
sospesa fra il sogno e la cruda realtà della vita carceraria,
le memorie del passato e gli incubi del presente.
Luca
Caserta
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AMICHE
testo e regia di Luca Caserta
con Jana Balkan, Elisa
Bertato, Isabella Caserta,
Stefania Castiglion
Note di regia
Durante una calda sera d’estate tre amiche d’infanzia
e la madre di una di esse s’incontrano, dopo alcuni anni
di lontananza, in occasione di una cena. Nonostante le loro vite
abbiano seguito strade diverse, le quattro donne hanno comunque
cercato di mantenersi in contatto per non smarrire quel legame
particolare che da sempre le lega. Nel corso della serata, in
un clima tra l’allegro e il nostalgico (non privo però
di antiche tensioni) e solo apparentemente realistico, affiorano
le loro storie, dalle quali emerge quanto le esperienze affrontate
abbiano inciso e separato le esistenze di ognuna. Gli amori, le
sofferenze e le frustrazioni, le speranze e i successi sono a
poco a poco svelati in un’atmosfera continuamente oscillante
tra la realtà e il sogno, nella quale vengono inseriti
e coinvolti gli spettatori/voyeur (come testimonia l’allestimento
dello spazio scenico, studiato per avvolgere e idealmente abbracciare
gli ascoltatori), accolti all’interno di un luogo onirico,
sospeso e allegorico, ricco di oggetti - simbolo, proiezione dell’anima
stessa dei personaggi, che si presentano a tratti come spiriti,
figure quasi eteree. Quattro storie, quattro punti di vista diversi
e talora contrapposti, ma legati da un unico filo conduttore basato
su alcuni gruppi tematici: la vita, l’amore, la maternità,
la morte. Esperienze forti e spesso dolorose, rievocate attraverso
flash improvvisi e inaspettati, per mezzo dei quali il pubblico
viene direttamente calato nella mente delle protagoniste e nei
sogni o incubi che la popolano in un crescendo che, a partire
dalla tranquilla e familiare situazione iniziale, giunge alla
drammatica scena finale.
Luca
Caserta
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ADDIO
AMORE (BEATRICE CENCI)
di Franco Cuomo
regia di Walter Manfré
protagonista Isabella Caserta
Note di regia
Beatrice Cenci, detta la “vergine romana”,
apparteneva all’antica famiglia patrizia di Roma.
Figlia di Francesco Cenci, uomo dissoluto, brutale e crudele,
secondo la tradizione, dopo il secondo matrimonio del padre, venne
da questi tenuta prigioniera e circondata di attenzioni incestuose.
Beatrice, con la complicità della matrigna Lucrezia, di
tre fratelli e del castellano della rocca in cui era stata rinchiusa
e maltrattata, cospirò per uccidere il padre (1598). Processata
per omicidio, venne da Clemente VIII condannata a morte con il
fratello e la matrigna e fu decapitata nel 1599 davanti a Castel
Sant’Angelo. Alla sua storia sono ispirate numerose opere
artistiche e letterarie: il ritratto di Guido Reni del XVII secolo,
la tragedia “I Cenci” (1819) di Shelley, i romanzi
e i racconti di Stendhal, G. B. Niccolini, Dumas padre e Guerrazzi.
L’azione del testo di Franco Cuomo si svolge nell’ultimo
anno di vita di Beatrice.
Nella scrittura di Franco Cuomo si intravede una critica al ‘500
ed al secolo successivo, il secolo ‘nero’, laddove
l’uomo, prendendo coscienza di non essere tutto il centro
dell’universo, si lascia andare ad una guerra spietata nei
confronti di ogni libero pensiero. Ed è un dato storico
che a mandare a morte Beatrice Cenci fu lo stesso Papa che mandò
a morte Giordano Bruno.
Una ragazza, costretta assieme alla madre e ai fratelli a subire
le vessazioni di un padre–padrone tiranno e violento, riesce
a liberarsi dalla sofferenza di questa prigione compiendo un delitto
deprecabile: il parricidio. Un anelito alla liberazione che, improponibile
nel secolo nero, diventa, alla luce della storia, anelito alla
libertà.
Walter
Manfré
rassegna
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ALBE
TRE
di Paolo Puppa
con Isabella Caserta e Roberto
Vandelli
regia di Walter Manfrè
Note di regia
Tre flash sulla crisi di coppia. L’ennesima. Stavolta però
si procede dalla fine. Perché tutto è incerto e il
tempo, come nozione, pare impazzito. Va avanti, indietro, tipo certa
pièce interiore. All’inizio lei è una malata
terminale, ospite di un albergo-ospedale, in riva ad un lago. Lui,
il marito, vitale e pieno di futuro (ha una sua studentessa da cui
aspetta un figlio), è accorso al suo capezzale attirato dalle
paure della donna.
2° flash. Buio assoluto e i due personaggi, a turno, si rivolgono
all’assenza di luce, che incombe sull’acqua. Lei supplica
l’alba di tornare un’ultima volta per chiedere perdono
al marito del proprio egoismo; lui invece chiede al buio di imporsi
per sempre e di interrompere così il ciclo dell’esistenza.
Ognuno dei due pare liberare una maschera opposta a quella esibita
nell’esordio.
3° flash. Si torna al passato. L’albergo-ospedale è
una villa privata. Lei si è svegliata, sana giovinetta, e
racconta al marito un brutto sogno in cui era ammalata, vecchia,
abbandonata da lui, che la tranquillizza. Poi sull’acqua irrompe
la luce del sole.
Walter
Manfré
rassegna stampa
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ALTRE STORIE: COMMEDIA DELL'ARTE
regia di Ezio Maria Caserta
messinscena di Isabella Caserta
Note di regia
Nella rappresentazione, che è una fedele ricerca degli stilemi
formali classici (impiego della tipica gestualità e della
voce, ricostruzione dei costumi e delle maschere), viene privilegiato
lo “straordinario” teatrale di questo genere da fiera
o da piazza (l’aspetto acrobatico, l’utilizzo degli
intermezzi con giocolieri, mangiatori di fuoco, trampolieri e ballerini).
Gli Zanni (i servi) sono personaggi che incarnano l’elemento
canagliesco dell’uomo. Astuto e vincente lo Zanni trionfa
col piccolo imbroglio. Si ritrova in lui lo spirito di incoercibile
libertà che si ribella ai privilegi sociali dai quali è
escluso.
Verso la fine del ‘500 il personaggio si sdoppia: nascono
il primo Zanni, buffonesco, un po’ tonto e balordo e il secondo
Zanni dallo spirito eccessivamente servile, che si identifica col
cameriere.
Agli Zanni si oppongono personaggi caratteristici che impersonano
una variegata categoria di vizi presenti nelle diverse tipologie
umane: Pantalone è il vecchio mercante avaro, Matamoro è
il capitano spaccone e codardo, gli Innamorati sono dolci e “zuccherosi”,
le Servette sono il controaltare di Arlecchino, Brighella e Pulcinella,
a cui sono dialetticamente legate per accettazione o negazione delle
loro profferte d’amore.
Gli antichi scenari campionati sono: una “Persuasiva”
d’amore con “Diniego”, il “Contrasto fra
il capitano Spaccamontagna e lo Zanni”, la “Canzone
della fame”, il “Dialogo di un Magnifico con lo Zanni
bergamasco”, il “Contrasto fra Pantalone e Brighella”,
la “Scena d’amore fra Colombina e Pulcinella”,
la “Pulce ridicolosa e bella” di Giulio Cesare Croce.
La scena iniziale prevede un’entrata con trampoli e torce.
In quella finale gli attori se ne vanno fra scene di sbandieramenti
e mangiatori di fuoco, dopo aver creato una piramide con i loro
corpi e aver ballato una tipica danza.
Ezio Maria Caserta
La prevalenza visiva delle azioni, l’accattivante simpatia
delle maschere veneziane d’Arlecchino, Brighella, Pantalone,
del Capitano, Colombina, etc., lo straordinario effetto dei giochi
di fuoco, dei trampolieri, degli acrobati del gruppo e l’essere
“campione” specifico d’una civiltà (testi
e musiche originali del Rinascimento italiano) hanno spalancato
a questo spettacolo le porte del successo nei festivals di tutto
il mondo: da Avignone a Parigi, Praga, Brno, Rousse, Sofia, Valence,
Berlino, Copenaghen, Kiel, Amburgo, Lubecca, Monaco, Marsiglia,
Linz, Brema, Budapest, Vienna, Mosca, Montevideo, Wroclaw, Cracovia,
New York, Città del Messico.
rassegna
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IL VOLTO VELATO
(pia rappresentazione della piccola
Santa Teresa nel convento delle Carmelitane in occasione della
vestizione di una novizia)
di Maricla Boggio, regia di Walter Manfré
con Isabella Caserta
Il testo racconta – attraverso scene alternate a intermezzi
musicali – la storia di Teresa di Lisieux (la “piccola
Teresa”). Morta all’età di ventiquattro anni,
Dottore della Chiesa, Teresa annovera – tra i tanti meriti
– anche quello di essere stata autrice, regista e attrice
di “pie rappresentazioni” composte e recitate per
intrattenere le consorelle del convento del Carmelo, in cui era
entrata a quindici anni.
“Una Santa semplice, ingenua ma convinta, lieve ma profonda,
mistica ma non necessariamente sofferente. Il suo stesso desiderio
di fare teatro ce la fa amare incondizionatamente e ci riporta,
credenti o no, alla possibilità quasi dimenticata, di accostarsi
a Dio con l’anima pura di chi è felice di amare...”
scrive Walter Manfré nelle note di regia.
rassegna
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Foto e video dello spettacolo sono visualizzabili sul sito:
http://www.mariclaboggio.it/pagine/schede/volto_velato.html
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LA
GASTALDA
di Carlo Goldoni
con Isabella Caserta
e Roberto Vandelli
regia di Ezio Maria Caserta
messinscena di Jana
Balkan
musiche composte ed eseguite dal vivo da Valerio Mauro
Il testo utilizzato è quello originario della
prima stesura (1753)
Note
di regia
Corallina, la gastalda (oggi la grafia dice castalda),
parla, com’è naturale, in dialetto veneziano. Stimolato
dal ritorno nella compagine Medebach della bella e indiavolata Maddalena
Marliani, ex moglie del Brighella che aveva lasciato per “capricci
d’amore” (per lei ha scritto anche “La locandiera”),
Goldoni traduce la parte della protagonista (ambientata in una villa
sul Brenta) dall’originario dialetto in lingua (perché
l’attrice era toscana) e inaugura una nuova serie di testi
incentrati sulla “villeggiatura”. “La gastalda”
svolge il tema (caro al ‘700) della serva-padrona: la governante
che riesce a sposare il principale attempato, ma agiato e in grado
di garantirle una sicurezza economica. Il testo è ricco di
colpi di scena e situazioni comiche, di scambi di persona, di qui-pro-quo
(per esempio Lelio, credendo la Gastalda figlia di Pantalone, le
regala l’anello di fidanzamento e chiede al padre la mano
di lei, senza sapere che lui, a sua volta, è innamorato della
stessa donna), di personaggi grotteschi come lo stesso Lelio che
commette strafalcioni quando parla, o Ottavio, che, povero in canna,
è costretto a scroccare i pasti e sostiene altezzosamente
la parte del benestante, o Beatrice, anche lei piena di arie, o
i simpatici Arlecchino e Brighella. Sullo schema accattivante della
“Commedia dell’Arte” il gioco scenico si sostiene
vivacissimo e pieno d’imprevisti. Sono molto buffe le arrabbiature
del vecchio Pantalone, rifugiatosi in campagna per corteggiare Corallina
e stare con lei, che si vede invadere la casa da un continuo via
vai d’intrusi indesiderati (questo flusso inarrestabile, che
s’impone per forza d’accumulo, ricorda i “Seccatori”
di Molière).
La freschezza di linguaggio e il dialogo serrato e pulito rendono
questo testo gustoso e gradito pure all’ascoltatore contemporaneo.
C’è, innanzi tutto, la prepotente figura di questa
graziosa “serva - amorosa” (che poi trapasserà
nella Mirandolina), piena di brio, dominatrice della situazione,
adatta ad un’attrice di deciso spessore comico e di forte
carattere. E c’è un Goldoni di notevole caratura con
una “vis” comica a tutto raggio: comico di battuta,
di linguaggio, d’atteggiamento, con l’uso di controsensi,
del comico di situazione, d’epilogo, di carattere.
Pantalone è proposto con un respiro profondamente umano.
Il vecchio spasimante invaghito assume toni patetici e ilari. La
figlia, che ha la “fregola” d’incontrarsi con
l’innamorato, si agita in modo risibile. L’intrecciarsi
dei casi arriva all’acme quando i suoi due corteggiatori impugnano
le armi ed iniziano un duello (destinato - come è giusto
nell’universo goldoniano - a naufragare nel nulla).
Ezio
Maria Caserta
rassegna stampa
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