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UNFOLDING ROMA

11/11/2015

“LA BAMBOLA” & “LA PUTANA”: Al Teatro dell’Orologio per assistere alla rappresentazione di “La Bambola” & “La Putana”, due atti unici tratti dall’opera teatrale del noto psichiatra VittorinoAndreoli

L’Unfolding Roma ieri sera era al Teatro dell’Orologio per assistere alla rappresentazione di “La Bambola” & “La Putana”, due atti unici tratti dall’opera teatrale del noto psichiatra Vittorino Andreoli, diretti ed interpretati da Isabella Caserta e Francesco Laruffa per la produzione del Teatro Scientifico.
Il primo atto vede una prova magistrale di Francesco Laruffa il quale interpreta un uomo qualsiasi, l’uomo che tutte le mattine prende la metropolitana per recarsi a lavoro ma che, tra le mura domestiche, si trasforma e dà sfogo a tutte le pulsioni sessuali tipiche del maschio violento. Grazie al testo originale di Vittorino Andreoli viene rappresentata con crudezza e con un linguaggio senza mezzi termini, la mente del maschio carnefice. La bambola non è altro che la metafora della donna oggetto. Dietro la gelosia cieca, il desiderio di possesso, si nasconde un uomo fragile che trova nella madre l’unica figura femminile concepibile ed accettabile. Francesco Laruffa riesce a trascinare lo spettatore nel turbinio di emozioni contrastanti del maschio padrone e schiavo di un sentimento che non comprende, dove è sempre più difficile definire il confine tra sesso e amore. Per lui l’amore non esiste, è solo una bugia, esiste solo il tradimento. L’attore domina la scena con i suoi dialoghi-monologhi con la bambola (una Isabella Caserta perfetta in un ruolo che sembra facile ma nella realtà non lo è). Le pause e i movimenti muti in scena sono equilibrati e altamente evocativi. L’ira, la gelosia, l’affetto desiderato e cercato che si trasforma in furia cieca senza motivazioni, un turbinio di emozioni e stati mentali che Laruffa riesce a trasmettere ed interpretare senza calcare la mano e sfociare nel grottesco. Il secondo atto è affrontato da Isabella Caserta con leggerezza ed allegria ma senza perdere di vista il sottile filo rosso della serata, ovvero la donna che subisce o, in questo caso, ha subito, tanto da segnare il suo presente ed il suo futuro. Un marchio indelebile. Isabella Caserta è un’attrice straordinaria, cattura il pubblico, si muove tra di esso e ti trascina nella vita del suo personaggio. Interpreta una “putana”, una donna che con un linguaggio popolare ci racconta dei suoi clienti, dipingendo le caratteristiche dei suoi amanti, di uomini che cercano di sfogare le loro pulsioni sessuali e i desideri più reconditi. Di giorno: padri, mariti, fidanzati, anche preti e di notte: a sfogare la loro voglia di sesso. Lei, donna che da bambina ha ricevuto attenzioni “particolari” dal padre, e nonostante tutto cerca di giustificarlo, accoglie questi uomini e trova nel suo mestiere un significato altamente sociale. Non solo racconti divertenti ma ance riflessioni amare, le sue. “La putana”, togliendosi la parrucca alla fine dell’atto, è come si spogliasse del vestito che si è cucita addosso e che le hanno cucito addosso. Rassegnazione per un destino a cui non è riuscita a sottrarsi, essere sicura di essere desiderata anche solo per un semplice e rapido sfogo pur di non mettersi in gioco ed accettare la radice del problema: la violenza subita.
La pièce teatrale sarà in scena fino al 15 di novembre, da non perdere.
Alessio Capponi


Female
WOR(L)D 14 novembre 2015

Due Frammenti Teatrali di Vittorino Andreolial Teatro dell’Orologio di Roma

Posted by Mario Di Calo & filed under Cultura e spettacolo, Teatro.

Vittorino Andreoli, psichiatra e neurologo, nonché scrittore è nato a Verona, il Teatro Scientifico ha sede ed opera in Verona da anni; prima o poi doveva scoccare la scintilla fra questi due poli apparentemente opposti ma che contrariamente alle aspettative hanno molti punti di contatto. E come fra i due famosi giovani amanti Shakespeariani che hanno trovato in Verona l’occasione di amarsi anche fra Andreoli e il Teatro Scientifico è scoccata la scintilla per dar luogo a quel miracolo unico che si chiama Teatro. Dando vita a due frammenti istrionici e complementari dal titolo speculare La Bambola & La Putana. A portarlo in scena in un’antica forma di capocomicato sono i due stessi interpreti che si fanno carico anche di una sorta di auto/regia, di auto/analisi, di auto/guida: Francesco Laruffa e Isabella Caserta. E dunque come accadeva per Cesare Musatti con Psicoanalisti e pazienti a teatro, a teatro! (1988) edito da Mondadori e portato in scena da Adriana Asti, di cui l’attrice fu amica e paziente e in cui il padre della psicanalisi italiana prova a raccontare in una trama articolata quella specie di teatrino interiore che ogni individuo si fa quotidianamente, una scomposizione dell’io attraverso la forma drammaturgica del racconto. Ma in quel caso si trattava di commedie vere e proprie con tanto di suddivisione in tre atti. Quello che differenzia Musatti da Andreoli è che quest’ultimo si aggira di più intorno a territori accidentali, quasi sperimentali della materia teatrale dando vita ad un interessante esperimento letterario. La Bambola racconta di un uomo apparentemente mite, metodico e meticoloso che si invaghisce di una pupa ai grandi magazzini intravedendo in lei la donna sottomessa e remissiva che in quelle reali non riesce a trovare. La ruba e la segrega in una casa disadorna, inscenando un vero e proprio rapimento. Quello che vediamo è come quest’uomo, piccoletto e insignificante, attraverso quel pupazzo immobile riesca a trovare la possibilità di liberare con altrettanta violenza tutte le sue frustrazioni e vessazioni che all’esterno di quel bunker lui è vittima. Ricorda molto questo episodio le atmosfere e gli umori cari a Marco Ferreri con le sue cagne o donne scimmie. Incombe a loop per tutta la durata della pièce Time Lapse il brano di Michael Nyman tratto da A zed and two Noughts del 1985 (bisognerebbe vietare di usare almeno per un pò alle compagnie teatrali le musiche di Nyman per darcene il giusto respiro e poterlo gustare liberamente a distanza di tempo). L’altra faccia della medaglia invece è rappresentata da La Putana, in un curioso e divertente dialetto veneto che allude ed omaggia a un altro padoan, il grande e immenso e mai troppo ricordato Ruzante. Una donna burrosa, generosa ed empatica, che ha patito da piccola le attenzioni di suo padre e che ora gioiosamente e generosamente svolge l’attività più antica del mondo, non senza qualche piccola malinconia dettata più che dalla situazione ma piuttosto dalla mancanza di affetti, manifestata durante i momenti di attesa. Un bellissimo piccolo gioiello di drammaturgia poetica. I due interpreti generosi e in parte, son a loro agio nei ruoli che si son dati, si muovono con padronanza e meticolosità all’interno di essi. Da una parte Francesco Laruffa nevrotico e a tratti passionale, tra scatti d’ira e delicati abbandoni disegna l’Uomo con grande sensibilità. Mentre dall’altro versante Isabella Caserta, che senza scomodare la Biomeccamica di Mejerchol’d, impassibile e inespressiva nel volto e nel corpo, è una bambola che si lascia modellare docilmente nelle mani del suo violentatore, e come Puta è davvero esilarante e spassosa mostrando una padronanza scenica che va ben oltre una semplice interpretazione.


BIN ROME

Se il luogo comune ancora ci scandalizza, al Teatro dell’Orologio una bambola e una “putana”

By Leonardo Rossi – -16 novembre 2015

Il teatro è teatro se e solo se, una volta usciti dalla sala, si sente ancora il bisogno di parlarne ancora. Ecco, dello spettacolo “La bambola e la Putana”, testo di Vittorino Andreoli, se ne può parlare per ore. Perché sono troppi i temi che vengono messi a nudo durante appena un’ora e mezza di spettacolo. Troppe le allusioni e, soprattutto, troppo alto il rischio che si finisca nel riduzionismo psicologista di massa. Non sempre quello che è violenza domestica si può risolvere in questo binomio di parole e soprattutto si può leggere a senso unico. Tutta la realtà e più complessa della monodimensionalità. Così come non sempre “violenza” è la parola che meglio può descrivere una tortura sottile e spietata come la manomissione di ogni libertà che viene rappresentata da “la Bambola”. Una piece spietata, a volte troppo, ma che per questo piace, sulla caduta nel vortice nichilista di un uomo abbandonato dalla vita e dalla speranza. Una personalità depressa, borderline, maturata dentro lo spazio di una mentalità schizoide che preferisce la scintillante alterità di una dea di formalina piuttosto che il rischio vero di una vita vera. Un personaggio perfettamente realizzato da Francesco Laruffa che viene per questo motivo omaggiato di applausi più che meritati. Ecco, la domanda che ci si deve fare è questa: cosa si condanna dell’uomo, la violenza? Senza dubbio. Ma cos’altro si condanna, la decisione di uscire dal corso della vita? E perché? Chi è il “mondo”, il welt, per alzarsi e proclamare con profonda certezza che si è malati solo e soltanto se si esce dal seminato. Del resto, tutta la psichiatria democratica ci insegna proprio questo, dagli albori fino a Borgna. Ecco, allora superato il primo impatto eccitante della novità si spalancano più quesiti che risposte. La violenza finale genera nello spettatore la facile risposta che l’uomo è il colpevole. Ma ne siamo sicuri? Solamente andando a vedere lo spettacolo si può dare la risposta. Ne “La putana” si sorride sardonicamente. Ma non può essere considerato avanguardia, del resto dopo De Andrè il mondo del sordido bazzicare non è nemmeno più tanto sordido. Via del Campo ha aperto le braccia a troppi autori perché ormai si senza una ventata di aria fresca. Bella e brava èM stata Isabella Caserta, provocante, mai volgare, donna di mondo ma di demi-monde, perfetta dama orizzontale che non cade nel triviale. E se qualche volta si lascia andare allo spicciolo lo fa per parlare direttamente allo stomaco più che alla mente. Una “putana” dialettale che fa sorridere e fa anche, a volte, riflettere: perché ancora consideriamo inusuale uno spettacolo così?


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La bambola e la putana: a teatro l’audacia della sessualità

di Angela Santomassimo 12 novembre 2015

In scena al Teatro dell’Orologio di Roma la piéce di Isabella Caserta e Francesco Laruffa tratta dal lavoro dello psichiatra Vittorino Andreoli.
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Un grande pacco rosso infiocchettato e adagiato su un divano. Questo l’oggetto che attira l’occhio dello spettatore sulla scena. A svelarci il mistero del contenuto ci pensa uno strano protagonista maschile. Sotto l’impermeabile, il corpo e la voce di Francesco Laruffa, che da vita a un personaggio affetto dalla sindrome del quotidiano. L’uomo comune svirilizzato scarta il dono che ha fatto a se stesso, una bambola dal corpo di donna, una fedele compagnia pronta a farsi oggetto delle sue pulsioni più recondite. In un dialogo a voce singola, l’uomo ci rende partecipi della sua pallida esistenza, fatta di un lavoro d’ufficio, un matrimonio fallito e una frustrazione sessuale dettata da una solitudine che lo attanaglia fino alla nevrosi. Il legame è dunque necessario, “senza un legame l’esistenza è morte inconsapevole”. Ma la donna in carne e ossa non può essere posseduta appieno, dunque la si mercifica, rendendola oggetto inerme. Lo spazio della sala si fa subito cupo, claustrofobico, ossessivo, la camera bunker delle pulsioni umane di un essere in crisi, accentuato dalla ripetizione a loop del motivo sonoro sempre presente. Attraverso la bambola, il maschio ha finalmente il pieno controllo sulla controparte femminile, non più un entità da temere, ma oggetto da possedere senza tabù. Ma ecco che subito si inserisce strisciante e invisIbile nella mente dell’uomo l’idea del tradimento, che lo devasta fino alla follia omicida.

Note Verticali

Nel secondo atto la bambola prende vita, incarnandosi in una prostituta di nome Ana (Isabella Caserta). L’atmosfera cupa lascia il posto a una più leggera. Tutto ciò che fino a quel momento è rimasto fuori, entra con prepotenza, a cominciare dai rumori della strada di clacson e macchine che sfrecciano. Questa volta, la confessione si fa più ravvicinata e toccante. Ana è una donna rassegnata, con un passato difficile, un futuro già scritto e un mestiere fatto per sopravvivenza. Del suo mondo Ana si sente la regina, una sorta di dea consolatrice delle sofferenze di ogni tipo di uomo. In entrambi i casi l’esperimento drammaturgico della confessione lascia il posto a una discussione
struggente sulla solitudine dell’uomo. Tratto dal lavoro dello psichiatra veronese Vittorino Andreoli, “La bambola e la putana” è un esperimento audace che pone lo spettatore a contatto con l’aspetto più crudo della sessualità. A dar vita allo scenario ci pensano due personaggi in due atti separati, in cui a farla da padrona è il linguaggio senza filtri. In entrambi i casi infatti, a farla da padrona è la parola irriverente e sfacciata, lo strumento principale attraverso il quale i protagonisti ci parlano di loro, l’uno in una sorta di dialogo con se stesso, quasi nascondendosi furtivamente, l’altra in una confessione a cuore aperto.
Due monologhi solitari ma congiunti che svelano la doppia faccia dell’oggettificazione del corpo femminile. Sottile l’espediente iniziale in cui lo spettatore è portato quasi a condividere lo stesso desiderio di appropriarsi, seppur solo visivamente, dell’oggetto sotto la carta luccicante. Da una
produzione del Teatro Scientifico, realtà teatrale contemporanea audace, ”La bambola e la putana” di Isabella Caserta e Francesco Laruffa, anche splendidi interpreti, sarà ancora in scena al Teatro dell’Orologio di Roma fino al 15 novembre. Un appuntamento da non perdere.
(Le foto sono di Manuela Giusto)


Recensito 15 nov

Un’indagine nella psiche, tra sesso violento e amore impossibile: “La bambola” e “La putana” al Teatro dell’Orologio

La ricerca sensibile di un Teatro di parola si cala nei meandri dell’inconscio profondo, in due atti unici affidati all’interpretazione viscerale di Francesco La Ruffa e Isabella Caserta, dal testo di Vittorino Andreoli, che scava nella mente di una società malata, salita sul palco direttamente dal lettino del noto
psichiatra veronese. “La bambola” mette in scena le pulsioni torbide e inconfessabili di un uomo apparentemente comune, un impiegato di mezza età con baffi, occhiali, giacca, cravatta e riporto. Dopo una giornata di frustrazioni, umiliazioni, regole e tabù in ufficio, lui varca l’uscio di casa, si chiude dentro con un lucchetto a doppia mandata e inizia a venerare la donna/fantoccio/oggetto sessuale avvolta in uno sgargiante cartiglio rosso.
Rosso come il desiderio – e le scarpe brillanti (alla Dorothy de “Il Mago di Oz”) – della sua nuova bambola, capelli biondi e un sorriso candido disegnato su un volto che cambierà espressione malgrado la sua immobilità inquietante, impotente e rigida come la paura. “Hai le scarpe che ho scelto” – ordina il
miserabile carnefice – “tu non puoi cambiare idea. Tu sei mia. Mia per sempre” e il turbine progressivo di eccitazione e violenza ha inizio: sul corpo immacolato, inerme, ma irresistibile della schiava di gomma si scaraventa prima il piacere represso, esasperato, animalesco, poi il dubbio feroce, squarciato nello sguardo sgomento, cieco di gelosia, di chi non è mai stato amato, neanche da quella madre che invoca e maledice. Morboso sovrano del piccolo regno in cui si rifugia, le pareti della casa in cui è braccato, il mostro possiede e distrugge, padrone della bambola, di pochi oggetti e di un divano bianco che si trasformerà nel calvario di un’atroce solitudine. Il secondo atto è dedicato a “La putana”, titolo veronese di una pièce apparentemente allegra, ispirata al mondo popolare, che si rivela in breve un monologo bruciante e complesso. La protagonista compone lucidamente una condizione di degrado, tessendola di racconti e tracce comiche percorse da un’impietosa umanità, afferrata – nuda e cruda – dall’icona sarcastica di una “putana per bene”. La donna vela a tratti una verità ineluttabile e drammaticamente ambigua, e il mestiere più antico del mondo si svela come uno studio antropologico sugli uomini, dai professionisti ai camionisti ai preti del confessionale, tutti al cospetto, o alle terga, della “mona” dalle brillanti scarpe (questa volta, argentate). Grottesca e stravagante, in abiti ose che stringono le forme costrette e compiaciute, la performer si confessa – in un linguaggio schietto e in un dialetto senza filtri – e racconta la sua vita di sesso e abusi, a volte distratta da sfumature goffe, sfacciate e goderecce, altre volte lacerata da ferite, incomprese e incomprensibili, messe via in fretta nella pochette che racchiude tutto il suo mondo. Figlia di forme
d’amore traviate, lei non sa combatterle e vi si abbandona, spingendo in fondo allo stomaco il vuoto, la malinconia e un amaro disincanto che vende l’anima per cinquanta euro.
Teatro dell’Orologio
La bambola” e “la putana
Due atti unici di Vittorino Andreoli
Uno spettacolo di Isabella Caserta e Francesco Laruffa
Produzione Teatro Scientifico
Foto: Manuela Giusto
Giulia Sanzone 15/11/2015


5 novembre
Sul numero di Trovaroma de la Repubblica – Roma la pubblicazione dello spettacolo, che è in scena
dal 10 al 15 novembre
Teatro Scientifico
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L’amore è una patetica finzione è vero solo il sesso. “La bambola” e “La putana”

Radio pop La bambola e ...

18 Ottobre 2014

Un divano bianco, un incarto rosso, luccicante, che sfavilla sul divano, un uomo grigio entra in scena portando con sé il buio dell’ombra. Così si apre il sipario su “La bambola” il primo dei due atti unici del grande psichiatra veronese Vittorino Andreoli, portati in scena per la prima volta, ieri sera, al Teatro Laboratorio da Isabella Caserta e Francesco Laruffa. È stata una prova di grande maestria e sensibilità umana oltre che artistica dei due attori e registi, impegnati nella sfida di dire quello che non si può, quello che non si deve, squarciando il velo del perbenismo ipocrita dietro il quale si ripara la nostra società.
Il tema della violenza sulle donne viene affrontato in maniera insolita, attraverso il rapporto surreale tra un uomo e una bambola. Una bambola che interpreta il ruolo della donna. È questa la chiave di lettura, non solo di quanto rappresentato nella finzione teatrale, ma anche della psicologia di un modo malato di vivere il rapporto uomo – donna. L’incapacità, la fragilità umana che non riconosce come soggetto d’amore un altro essere umano e proietta i suoi bisogni affettivi su un oggetto, una bambola, un pupazzo.
«C’è talmente bisogno d’amore che si finisce per ingannarsi sempre, per attaccarsi a mostri, a te…». La lucida follia interpreta da Francesco Laruffa sulla scena ci fa sentire come logica la conseguente soppressione dell’oggetto: «La tua morte è necessaria perché io possa vivere».
E così veniamo lasciati soli, soli con noi stessi, nell’abisso del nostro io.

Ana, “la putana” fa il suo ingresso riportando in scena la vita. Personaggio che sembra cucito addosso a Isabella Caserta, che non solo ne esalta le doti interpretative, ma ne mette in luce il grande spessore umano, emotivo, l’empatia che le è propria. Sono le confessioni, le riflessioni di una donna, che con lucida rassegnazione e disinvolta ironia ha accettato il proprio destino. Un destino segnato, già scritto, fin dalla più tenera età con la violenza del padre vissuta come atto d’amore. L’unico possibile, tanto da diventare rimpianto, il senso stesso della propria esistenza «… mi sentivo importante, sentivo che avevo qualcosa da dare…». Ana parla a stessa, per cui si racconta in modo schietto, senza filtri, con disinvoltura, e l’amarezza che a tratti emerge, viene subito stemperata dalla necessità di sopravvivere perché «non si può pensare, è già abbastanza vivere». E se le ferite non sanguinano più, perché tamponate dalle necessità del vivere scandite dal ritmo del quotidiano, sanguinano i sogni, sanguinano i desideri immolati sull’altare di un destino ineluttabile.
Questo secondo, crudo spaccato sociale, toglie il velo ad una delle tante realtà scomode, quelle che si preferisce tenere nascoste, quelle da non vedere, da non raccontare.

Un’opera di forte impatto emotivo, sintesi perfetta e agghiacciante di un mondo dominato dalla triade sesso, soldi e sangue, dove l’approvazione sociale passa attraverso la negazione della fragilità umana.

Applausi scroscianti, liberatori, da parte del numerosissimo pubblico accorso al debutto di questa nuova produzione del Teatro Scientifico, che da sempre si distingue per la capacità di restituire la parola a chi di voce non ne ha. Cinzia Inguanta

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momento sera

Ultime repliche per “La bambola” e “La putana” di Vittorino Andreoli

Lo spettacolo, diretto e  interpretato da Isabella Caserta e Francesco Laruffa, ha registrato al debutto il tutto esaurito e ha riscosso un caloroso successo. I due atti unici finora mai rappresentati dello psichiatra veronese Vittorino Andreoli, sono stati coraggiosamente portati in scena dal Teatro Scientifico che ha dato prova di grande capacità umana e artistica nell’affrontare in scena e pubblicamente temi e problematiche di solito celate e che si preferisce/non si deve dire. Il grande psichiatra veronese, con il linguaggio scarno e diretto della quotidianità, squarcia il velo di perbenismo ipocrita sotto il quale l’uomo ama nascondersi e ci conduce in un mondo dove ogni cosa è rappresentata per quello che è e all’estremo (sesso, sentimenti, violenza e passioni) per rivelarci le pulsioni dell’uomo, i suoi desideri più proibiti e segreti per cercare di capire il disagio, la malattia, la realtà. Isabella Caserta e Francesco Laruffa si sono calati nei loro ruoli dando prova di maestria interpretativa. Isabella Caserta è la bambola su cui un uomo, che potrebbe essere il vicino della porta accanto (Francesco Laruffa), riversa quelle ossessioni che Andreoli, profondo conoscitore della mente umana, sviluppa per raccontarci cosa avviene nella testa di un uomo geloso e possessivo e per affrontare in maniera insolita il tema della violenza contro le donne “Hai le scarpe che ho scelto. Tu non puoi cambiare idea. Tu sei mia. Mia per sempre. Tu pensi quello che io penso. Tu vuoi quello che io voglio”. “La putana” è la confessione che Ana fa al pubblico con un linguaggio popolare e senza filtri, della sua vita, dei suoi desideri, del suo “mestiere”, con sincerità e disinvoltura, in modo schietto e celando l’amarezza che però in alcuni momenti emerge. Grande prova per Isabella Caserta che sa trasformarsi perfettamente nel personaggio di Ana, disegnando uno spaccato sociale che non è lontano come si potrebbe pensare, ma che spesso si preferisce non vedere o tenere nascosto. Uno spettacolo di forte impatto.

CORRIERE-DELLA-SERA-15-OTT-2014

L'ARENA-15-OTT-2014

L'Arena-17-ottobre

L'Arena-19-ottobre L'Arena-21-ottobre


KRAPP'S LAST POST 11 MARZO 2016

By Renzo Francabandera Recensioni
La Bambola e La Putana: la ricerca al femminile di Teatro Scientifico.
E’ il classico dittico: due quadri. E nella migliore tradizione dei dittici teatrali di sapore tragicomico, il tragico precede la nota più ironica e leggera. “La Bambola e La Putana” sono due atti unici, la cui visione è vietata ai minori, che con audacia Teatro Scientifico porta in scena su testi di Vittorino Andreoli. Il celebre medico, noto per i suoi studi sul comportamento dell’uomo e la follia e il suo impegno verso la neurologia e la psichiatria, nell’ultimo trentennio ha corroborato la sua pratica medica con una tensione alla  scrittura sia divulgativo-saggistica che artistica, tanto da diventare un punto di riferimento su molti delicatissimi temi del comportamento umano. Di fatto una delle  personalità di maggior spicco di quella Verona in cui è nato nel 1940.
E di Verona è anche Teatro Scientifico, il sodalizio artistico nato a metà anni Sessanta come Teatro Laboratorio per iniziativa dello studioso di arti sceniche Ezio Maria Caserta e di Jana Balkan (Giovanna Gianesin), poi sua compagna di vita.
E’ una storia di teatro di famiglia, questa, come sempre meno ce ne sono, ma con un interessante capocomicato per certi versi al femminile di cui si sono fatte interpreti, dopo la scomparsa di Caserta a fine anni Novanta, la stessa moglie e la figlia Isabella. Ed è lei l’interprete e la regista di molte delle produzioni di Teatro Scientifico, divenuta nel frattempo struttura stabile di produzione teatrale riconosciuta dal MiBAC, che ha iniziato ad occuparsi anche di produzioni cinematografiche.
E cinematografica è per alcuni aspetti impliciti ed espliciti la prima delle due parti del dittico, “La bambola”, in cui sono in scena Isabella Caserta e Francesco Laruffa.
La vicenda descritta da Andreoli è molto borderline e gioca, come la regia del resto, sulla presunta normalità con cui una personalità alterata entra in relazione con una  bambola, che diventa fulcro dei suoi affetti morbosi, fino all’assurdo della gelosia.
Lo spettacolo, ambientato in un salotto borghese caratterizzato da pochi elementi (un divano letto al centro, un piccolo porta alcolici e un attaccapanni ai due angoli opposti della scena, sul fondo) e da un’ambientazione grigia, vede l’attrice praticamente immobile e fissa nelle pose cui di volta in volta l’uomo la costringe, interpretando la bambola, mentre lui, anche per una straordinaria somiglianza fisica, rimanda l’immaginazione a “Her” (Lei), il film del 2013 del geniale Spike Jonze.
Nella pièce come nel film i due protagonisti sono alle prese con una disperata solitudine, cui non riescono a porre rimedio confrontandosi con altri esseri umani, abdicando a favore dell’inanimato.
E se nel caso di Jonze emerge il tema della realtà virtuale che spinge le relazioni verso derive solipsistico-monadiche, qui il tema è molto più umano e riguarda l’indole violenta, il sentimento di insicurezza e il profondo rispetto per l’altro, tematiche care peraltro alla ricerca al femminile cui da anni si dedica Teatro Scientifico, anche  partecipando a campagne di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne.
La stasi dell’attrice, con la sua umana carnalità che vuole sembrare falsa, ma che comunica una verità concreta, contrapposta alla progressiva escalation di violenza mentale e persino fisica dell’uomo, arriva davvero in più di un momento a far stringere lo stomaco allo spettatore, a farlo sobbalzare, a farne sentire i neuroni specchio sofferenti  nell’infliggere un male incomprensibile.
Questo Otello ben interpretato e amante della plastica arriva allo stesso delirio del suo prototipo letterario, immaginando dei rivali fantasma, più per delirio che non per  finanche solo lontana realtà. E tutto questo, sotto l’incalzare incessante del loop degli archi e dei fiati di “Time Lapse” (Michael Nyman – 1985), porta gli spettatori in un incubo doloroso assai raro e in alcune immagini indelebile.
E’ un teatro che si fa finzione con la verità e verità con la finzione, per una pièce che termina con questa personalità disturbata che esce di scena, lasciando il sospetto che potrebbe rientrare per cena in una qualsiasi delle nostre case. E qui in verità siamo scossi. Serve tutta la leggerezza e il sorriso di Isabella Caserta a coinvolgere il
pubblico in un secondo tempo di sapore radicalmente diverso. L’incedere ironico con cui l’attrice abbatte in un colpo solo la quarta parete coinvolge il pubblico e lo porta su un viale di periferia, dove assistiamo alle confessioni di una puttana. Il codice è quasi da commedia dell’arte, con una prosa dialettale veneta che l’interprete porge quasi
portandosi di sedia in sedia, coinvolgendo gli spettatori in una sorta di seduta psicanalitica postribolare. E d’altronde il personaggio di questo pezzo di spettacolo lo dice chiaramente: per molti l’esperienza dell’incontro con il sesso di strada finisce per essere (e qui il legame con la prima parte) momento di confronto con la parte più oscura e  inconfessabile di sé. E’ possibile riconoscere in quei frequentatori-fantasma che la Caserta insegue qui e là per la sala persone come noi, animali da cortile, in alcuni casi da salotto, capaci di negare poi l’umanità e la dignità a chi, per 30 o 50 euro, deve ascoltare le parti del nostro carattere con cui non sappiamo fare i conti?
Andreoli scava a fondo e l’allestimento gli va dietro con coraggio, prendendosi il rischio di portare in scena uno spettacolo il cui divieto di fruizione ad un pubblico di minori dovrebbe finanche fare i conti con le valanghe di pornografia accessibile senza filtri grazie alla rete. Ma questo è un altro discorso. Certamente è una riflessione per adulti, su questo non c’è dubbio. Anche perché è nell’età matura che l’insoddisfazione e la malattia dell’indole maschile violenta emergono con più nitida,
per certi versi criminale, lucidità, pretendendo persino che questo diventi normale. “La putana” è un Pierrot di strada con la minigonna a filo di culo e che rientra nei camerini quasi preceduta dagli applausi del pubblico. Forse applausi liberatori, forse di esorcismo dei demoni che nell’ora precedente hanno svolazzato soprattutto sulla testa degli  occupanti uomini delle poltrone in sala: e d’altronde anche il pugile suonato di cazzotti ringrazia l’arbitro che suona la campana, ponendo fine al tormento.
La Bambola e La Putana
di Vittorino Andreoli
regia di Isabella Caserta e Francesco Laruffa
produzione Teatro Scientifico – Teatro Laboratorio
Visto a Treviglio (BG), TNT Teatro Nuovo, il 25 febbraio 2016

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